Le tribolazioni di una svampita: @amlesuisonthetable
Giorno 11
Onigiri consumati: due (da viaggio)
Pioggia: non pervenuta
Temperatura percepita: duemila gradi
Dove si mangia in Giappone? A quanto pare il nutrirsi, più che un atto fisico, è una categoria dello spirito, dal momento che guardandosi intorno per la strada – se si fa eccezione per i tavoli dei ristoranti – nessun giapponese mangia mai. Ma io li vedo, ai konbini, in fila con me per comprare il karage di pollo che sorride dietro la teca di vetro, li vedo mentre scelgono gli onigiri (con l’alga, senz’alga, con il tonno, il salmone, il merluzzo rosso, la prugna sottaceto e i bonito flakes che io ero convinta fossero un coraggioso esempio di cornflakes a pranzo e invece no, sono fiocchi di tonnetto striato – katsuobushi) e i tamago sando (sulla carta sandwich all’uovo, ma sa il diavolo cosa ci mettono dentro per farli così incredibilmente buoni) e le bibite dai colori impossibili. Una volta usciti da lì, però, si volatilizzano, lasciandomi con alcuni interrogativi: dove si nascondono? E soprattutto, io dove dovrei mangiare?
In Giappone esistono precise norme praticamente per tutto; non mi illudo di conoscerle o averle capite, ma oltre all’ovvio “non mangiare mentre cammini”, di cui sono piene le guide turistiche, guardandosi intorno ci si accorge che vedere qualcuno, anche fermo nell’angolo, che mastica è uno spettacolo assai raro. Solo una volta, a Shibuya, mi è capitato di assistere a un ragazzo giapponese che mangiava un onigiri per strada. Si era appartato contro un muro e aspettava da tempo immemorabile la sua fidanzata. Doveva avere davvero molta fame. Anche in metropolitana è considerato (a ragione) una cafonata, mentre nei treni a lunga percorrenza come gli shinkansen è accettato e anzi abbastanza comune.
Ho capito, direte voi, ma quindi se ho fame devo per forza saltare su un treno e attraversare il Giappone? No; mi è parso di capire che un posto dove nessuno ha nulla da eccepire sia il parco. Il problema è che raramente si ha l’occasione di portare con sé un parco, magari accuratamente ripiegato e infilato in tasca; e se esso si trova geograficamente lontano, la questione rimane senza soluzione. Ma perché un paese che vende cibo a ogni angolo rende così difficile poterlo mangiare? Perché?
Queste sono le riflessioni mentre lo shinkansen sfreccia lungo i binari che mi portano verso Sud – Kyoto, la mia prossima meta, da cui mi separano appena due ore di viaggio. Lungo il tragitto, campi verdi, casette dai tetti spioventi e grigi, risaie e finalmente uno squarcio di mare. Lo fotografo con grande fierezza, lo posto su instagram e in men che non si dica si scatena un’assurda diatriba web in difesa di due tesi contrapposte – se l’hinterland di Kyoto ricordi di più Pescara oppure Castellammare di Stabia. Non so come controbattere, ma quando un amico tira in ballo Pordenone mi arrendo e abbandono la conversazione, concentrandomi sul mondo reale che intorno a me continua la sua corsa.
Il treno si ferma con dolcezza. Una cosa meravigliosa del trasporto giapponese è che è puntuale, ma non ha fretta. Non esistono quelle soste fulminee da stazione intermedia, quattordici millisecondi di tempo per capire che è la stazione giusta e fiondarsi giù dal treno ancora in movimento scaraventando i bagagli di sotto. No, hai tutto il tempo del mondo, perché il treno rimane lì, immobile come una statua, per una buona manciata di minuti e non c’è nemmeno bisogno di prepararsi prima. Scendo con la mia valigia e la borsa e osservo con preoccupazione il cielo: pioverà? Ma il sole splende radioso e mi rassereno. Anche perché, scoprirò fra qualche ora, ho scordato il mio prezioso ombrello ultratecnologico del konbini a Kanazawa.
Kyoto mi accoglie con un caldo bestiale, come se sopra di me non ci fosse la volta celeste, ma il soffitto azzurrino di una grossa stalla e invisibili cavalli mi alitassero sulla testa. Controllo il meteo – è metà giugno, sono segnati 28 gradi, ma io ne percepisco quasi 40. L’umidità però segna oltre il 70% – in pratica, bisogna aggiungere dieci gradi alla temperatura ufficiale per avere quella effettiva. Mi incammino alla ricerca del posto dove dormirò, che è vicino Gojo, la stazione della metropolitana. Metropolitana che io non posso prendere o, meglio, posso, ma non voglio, perché mi sono convinta che non ha senso fare biglietti se il mio JR pass mi porta quasi ovunque. (Costa un sacco quel pass: vediamo di farlo fruttare). Mi ci vogliono appena quindici minuti, ma il caldo è tale che penso più volte di sciogliermi e unirmi all’asfalto e al suo glorioso destino di superficie calpestabile. A destra, a sinistra, ovunque, sorgono santuari, shintoisti, buddisti, case a un piano, di legno, col tetto spiovente come quelle viste dal treno, cortili ricchi di vegetazione spontanea e curatissimi fiori. Noto una cosa però – a differenza di Tokyo, dove in qualche modo venivo assorbita dalla folla, a Kyoto mi sento osservata. Non è proprio una sensazione ostile ed è un po’ meno plateale della curiosità con cui sono stata accolta dagli abitanti di Kanazawa, però sono, ecco, visibile.
Mentre mi perdo in queste riflessioni, mi perdo anche letteralmente – ho passato Gojo da un pezzo e sono ormai in quello che sembra il corso principale, per tornare coi riferimenti al paese (sia esso Pescara o Castellammare – ma certamente non Pordenone). Secondo Google Maps, che di lì a poco smetterà di funzionare abbandonandomi nei vicoli di Gion, sono a Karasuma. Seguo per un pezzo la fiumana di gente che attraversa il fiume, fra negozi illuminati a giorno, ristoranti, fast food, cartelloni pubblicitari e l’onnipresente Family Mart con la sua musichetta d’ingresso che ormai è la colonna sonora delle mie giornate. Nel giro di dieci minuti non so dove mi trovo, Google decide che sono nella campagna a sud di Kyoto e mi dà garbate, ma perentorie indicazioni per rientrare in città, mentre io mi guardo intorno smarrita ponendomi alcune domande, la più importante delle quali è senza dubbio “Perché i taxi di Kyoto sembrano usciti dagli anni ’70?”.

 

Comincio a girare senza meta. Sono stanca e ho ancora la valigia al traino, ma sono certa di una cosa: devo tornare indietro. Non prima di aver mangiato, però. Ed è qui che l’angelo custode di ogni viaggiatore, che nel mio caso stava probabilmente giocando col telefono e non si era accorto del caos in cui mi ero cacciata, interviene mandandomi di nuovo in una traversa di Karasuma, dove trovo il Nishiki Market. Annunciato da un’arcata di vetri che ricordano vagamente il nostro Liberty e dal profumo di frittura, si apre davanti ai miei occhi in un’infilata di corridoi pieni di spiedini di capesante, polpi arrosto ripieni, tenpura, tamagoyaki, dolci al macha, ichigo daifuku, warabi mochi e patata dolce fritta. Compro un po’ di tutto, perché al cuor non si comanda, figuriamoci allo stomaco. L’ichigo daifuku o mochi ripieno di fragola fresca, mi riempie di una gioia insperata, come se incontrassi di nuovo un amore perduto, anzi, forse meglio; la patata dolce fritta è in un sacchetto da trecento grammi, calda e croccante; e lo spiedino di capesante si scioglie in bocca a ogni morso.
Sono felice, veramente; e anche le valigie mi sembra pesino un po’ meno.