C’è un momento in cui l’attore si spoglia della maschera per farsi specchio della realtà. Per Alessandro Gassmann la maturità professionale coincide oggi con la ricerca di storie profonde, complesse e di forte impatto sociale.
Formatosi sul rigore del teatro ha saputo decostruire la tecnica per abbracciare una naturalezza cinematografica. Che si tratti di plasmare il corpo per la maschera violenta di Minuto in Mani Nude o di prestare le proprie personali fragilità all’avvocato di Guerrieri, il suo è un viaggio costante alla ricerca di “esseri umani difettosi”.
Esteta dichiarato e osservatore attento della società Gassmann non ha paura di esporsi, rivendicando con forza il valore del confronto con le nuove generazioni.
Oggi, tra set televisivi, la tournée di Stato contro Nolan e la sfida della regia, continua ad alzare l’asticella. Non per inseguire una sterile perfezione, ma per regalare al pubblico l’unica cosa che conta davvero: un’emozione autentica.
Ciao Alessandro, vorrei partire con una domanda che nasce anche da una mia curiosità personale. In un periodo così intenso e ricco di soddisfazioni professionali, come ci si sente quando si è lontano dai riflettori. Mi spiego: quando si conclude l’esperienza di interpretare personaggi così complessi e coinvolgenti, che cosa resta addosso all’attore? Si esce davvero dal personaggio o resta qualcosa che continua a lavorare “sotto pelle”?
Diciamo che il mio lavoro consiste banalmente nel fingere di essere qualcun altro, sperando che, chi ti guarda, ci creda. Quindi, i sistemi per arrivare a ottenere questo risultato sono molti e cambiano in base anche al tipo di film, di personaggio, e non solo.
Per mia scelta da un po’ di anni non frequento la commedia – a cui ho dedicato molto tempo della mia vita – perché ho sentito ad un certo punto la necessità di avvicinarmi a storie che mi coinvolgessero più da un punto di vista umano e sociale.
Per tutta una serie di motivi, compreso il fatto che ho raggiunto una certa maturità professionale (ride, ndr), ho meno voglia di fare divertire e più voglia di raccontare storie credibili. Non sono un attore che utilizza il “metodo” e non sono neanche un imitatore, studio con grande anticipo il ruolo che devo interpretare, cercando di trasmettere al personaggio le varie sfaccettature della mia personalità che penso possano essere funzionali in quella occasione.
Mi interessano molto anche i ruoli più impegnativi. Il film Mani Nude – per la regia di Mauro Mancini – che è una pellicola a cui ho lavorato recentemente, ad esempio, è molto violento e in quel caso l’attore per necessità si produce delle piccole ferite interne, per poi esporle. Risultando quindi un essere molto fragile in quel determinato contesto. Film di questo tipo sicuramente ti lasciano qualcosa dentro, restano delle cicatrici e si è evidentemente un po’ diversi, qualcosa in te dopo cambia, ma si cerca sempre di farlo in meglio.
A proposito di Mani Nude, come si prepara un attore a restare dentro una tensione così costante sul set?
Per prima cosa bisogna avere la fortuna di lavorare con un regista come Mauro Mancini, che sa perfettamente cosa vuole ottenere e che ha anche un’idea visiva ben chiara.
Per questo film ho dovuto mutare anche il mio aspetto fisico, prendendo 7 kg di muscoli e, diciamo, in generale, mi sono dovuto costruire una maschera. È un film di genere, però anche molto drammatico e la volontà di Mauro Mancini era quella di eliminare qualunque forma di empatia dalla propria persona, il che non è stata una richiesta affatto semplice, anzi, per me è stato molto difficile arrivare a questo.
Poi avevo accanto a me un giovane attore di grandissimo talento come Francesco Gheghi, che mi stimolava costantemente. Il fatto di lavorare, spesso, con le nuove generazioni personalmente mi aiuta moltissimo, perché credo siano bravissimi a trasmettere verità. Sono tendenzialmente molto più bravi rispetto a quelli della mia generazione alla loro età. Noi arrivavamo dal teatro e quindi dovevamo smontare tutta una certa struttura teatrale per cercare di risultare naturali. Loro invece hanno questo approccio alla naturalezza già in partenza, quindi hanno meno problemi da questo punto di vista, sono più avvantaggiati e sono davvero incredibili in questo.
Mani Nude è un film intenso, fisico, forte. Qui, interpreta Minuto, un uomo che appartiene a un mondo dominato dalla forza, eppure, nel film, sembra emergere continuamente qualcosa di più complesso della semplice brutalità. Dove ha cercato la sua umanità?
Cercare dei fiori in un deserto è un po’ complesso, devi provare a immaginarli. In questo caso, però, per me è stato più semplice perché credo di avere una certa sensibilità umana che, in alcuni passaggi, mi è bastato utilizzare a piccole dosi. Cercando di non esagerare – come mi chiedeva Mauro – perché il libro è veramente molto cruento, quindi, questo lato più umano doveva trasparire poco, diciamo così.
L’umanità di cui ci parla è emersa, in modo differente, anche in un altro ruolo da lei interpretato. Stiamo parlando dell’altro grande successo che da poco si è concluso con la sua prima stagione: Guerrieri – La regola dell’equilibrio. Un avvocato brillante, ma pieno di fragilità: un personaggio che a mio avviso vince proprio perché è anche profondamente umano e non ha paura di dimostrarlo. È questo, oggi, il valore aggiunto per un attore e la forza che decreta un ruolo? Quindi: non ambire alla perfezione, ma mostrare anche il lato più fragile del proprio personaggio?
Beh, sì, io poi sono sempre alla ricerca di “esseri umani difettosi”, come piace chiamarli a me, anche perché sono spesso bistrattati nella realtà. Guerrieri è un uomo molto coraggioso, si lascia andare, è esattamente il contrario di Minuto in Mani Nude. E questo lo fa “appoggiandosi” da una parte al suo essere un grandissimo professionista nel lavoro – un Avvocato brillante perché possiede delle intuizioni brillanti – dall’altra parte non riesce ad essere una macchina che salva le persone senza partecipare emotivamente a ciò in cui è coinvolto. E questo è un aspetto molto interessante. Essendo per altro io una persona con tantissime fragilità, per me questa rappresenta una realtà molto vicina alla mia, perché sono uno che si arrabbia molto spesso, ma che chiede scusa già prima di arrabbiarsi.
Cinema e televisione sono uno strumento per produrre emozioni, come ha spesso dichiarato. E lei di emozioni ne mette in gioco parecchie. Credo che oggi sia molto difficile trovare persone che abbiano la voglia, o forse il coraggio, di aprirsi per davvero, di lasciarsi “sfogliare” ed esprimere senza timore le proprie sensazioni. Qual è la motivazione dietro a tutto questo secondo lei?
Perché siamo osservati in continuazione e giudicati pubblicamente.
In passato venivamo sicuramente osservati e giudicati, ma non pubblicamente, perché senza i social questo processo avveniva tra persone fisiche che si conoscevano, quindi, l’avvento dell’era digitale ha cambiato completamente il rapporto tra le persone e la nostra società.
I social, però, paradossalmente offrono l’opportunità di esprimere più facilmente la propria opinione, seppur il più delle volte in modo brutale e spietato.
Sì, sicuramente brutalizzando e per altro ingannando. In quel contesto vivono e prevalgono le fake news e non si ha mai il riscontro di quello che si legge, tra dichiarazioni e immagini. Poi ora con l’IA è tutto un punto di domanda, quindi, assumiamo tutti un atteggiamento di maggiore cautela nei confronti delle informazioni che riceviamo e diventiamo guardinghi.
E per questo motivo si preferisce non esporre la propria umanità, preservarla, non buttarla in pasto al pubblico.
Io sono uno che si espone parecchio, che non ha paura di condividere le proprie considerazioni in merito a determinate questioni. E da una parte sono contento perché gran parte delle risposte che ricevo arrivano da persone che condividono il mio pensiero, dall’altra, mi piacerebbe soprattutto confrontarmi con chi non la pensa come me, non per convincerlo, ma per imparare, perché sono sinceramente interessato a capire il pensiero degli altri. Ma questo non avviene, perché arrivano risposte del tipo: “Bravo”, “Sono d’accordo con te” etc., oppure si passa direttamente agli insulti. Non c’è una via di mezzo, non c’è possibilità di argomentare e questo atteggiamento poi si riflette anche nella società, nella vita quotidiana.
Cambiando discorso, lei ha lavorato tra cinema, teatro e serie tv. Oggi dove sente che si gioca davvero la partita più interessante per un attore?
Per quanto mi riguarda più vado avanti e più sono interessato a raccontare la realtà, la vita vera. E penso che quello che adesso manca – è sempre mancato, ma adesso mi sembra evidente che manchi di più – è una collaborazione tra generazioni. La generazione che vediamo governare in tutti gli ambiti della società è la mia generazione, ma anche quella superiore alla mia. E così è nel cinema, c’è un gruppo di attori che non si lascia mai andare ad un sano confronto e ad una collaborazione con le nuove generazioni offrendo la propria esperienza nel settore, perché prevale sempre il loro punto di vista. È rarissimo trovare in Italia, ad esempio, registi di vent’anni, ed è profondamente sbagliato perché ci sono ragazzi di grandissimo talento che potrebbero raccontare storie nuove e molto interessanti e noi, attori di un’altra generazione, metterci al loro servizio per interpretare i ruoli che vanno a completare tutte le fasce d’età. E questa è solo colpa della nostra generazione, dovremmo fare quattro passi indietro e lasciarli lavorare. Tutte le volte che mi è capitato di lavorare con giovani artisti ho imparato tantissimo e generalmente sono nate collaborazioni stupefacenti.
In merito a questo, per spezzare una lancia a favore del settore moda, bisogna ammettere che, con tutte le difficoltà del caso, negli ultimi anni questo settore si stia focalizzando molto sul dar voce ai nuovi talenti emergenti, che non hanno la forza dei grandi marchi, ma hanno molto da raccontare.
È vero, l’ho notato anche io, ed è lodevole che la moda stia utilizzando questo approccio.
E le interessa la moda: è un ambiente a cui strizza sempre un po’ l’occhio oppure, al contrario, è un mondo distante dal suo?
No, diciamo che mi considero un’esteta, il bello mi piace e mi affascina molto, quindi anche la moda la osservo, l’ammiro moltissimo, seppur non mi intenda molto di tendenze. Le volte in cui sono stato invitato a delle sfilate sono sempre rimasto molto affascinato dall’incredibile lavoro che c’è dietro. Siamo d’altronde un Paese che in questo ha del gran talento. Per farti capire quanto per me sia importante l’estetica: se devo scegliere tra un ristorante eccezionale, ma con le luci al neon, preferisco andare a mangiare in un ristorante in cui si mangia meno bene, ma con un ambiente più accogliente.
Con la serie Guerrieri – La regola dell’equilibrio ha ottenuto un ottimo riscontro e ha ricevuto un’importante candidatura. Quanto conta oggi per un attore come Alessandro Gassmann il riconoscimento di un premio rispetto alla risposta del pubblico?
Il mio lavoro è quello di fare cinema, teatro e televisione popolari ma raccontando storie complesse, quindi, il fatto che la serie Guerrieri abbia ottenuto un ottimo riscontro e che allo stesso tempo abbia conferito un certo tipo candidature e ricevuto critiche molto lusinghiere, lo ritengo naturalmente un aspetto importante che non si può non considerare. Il riscontro sul pubblico è però, anche a teatro, il riconoscimento più importante, perché questo è il nostro mestiere e un ruolo – che sia drammatico o comico – deve suscitare emozioni e se non si ottiene questo non lo ritengo interessante.
A teatro, anche se assisto ad uno spettacolo bellissimo a livello scenografico e con una scrittura moderna, se quest’ultimo non mi suscita un’emozione mi annoio profondamente.
Cosa l’affascina ancora, oggi, da spettatore?
Mi piacciono molto le storie raccontate in modo personale, mi danno la sensazione di comprendere le emozioni vissute da un’altra persona. Questo è ciò che mi emoziona di più e poi, andando avanti nel mio percorso di vita, mi interessano molto i racconti che viaggiano nel tempo, dove i ricordi riaffiorano – e con loro anche un po’ di malinconia – e lì lacrime su lacrime.
Per concludere, ha dichiarato che ad ogni esperienza professionale cerca sempre di alzare l’asticella. E con l’ultima serie tv l’ha alzata parecchio. Qual è il prossimo step, quale ruolo gli piacerebbe interpretare e raccontare?
È curioso perché ho finito di lavorare ad uno spettacolo a teatro, di cui sono molto soddisfatto, e che sarà in tournée in tutta Italia (facendo tappa in tutte le grandi città) da gennaio. Si intitola Stato contro Nolan. Un pezzo teatrale di Stefano Masini che parla di manipolazione delle informazioni ambientandolo in un processo nel Midwest americano nella metà degli anni Cinquanta. Continuo quindi a lavorare su tematiche che mi interessano come queste. Sono poi due anni che cerco di montare – sempre in qualità di regista – un film e un adattamento a questo dramma che ho messo in scena e sto avendo molte difficoltà perché è un film molto complesso. Quindi il mio obiettivo è sicuramente quello di portare il testo di Nolan in un adattamento cinematografico e, prima o poi, ci riuscirò. La mia ambizione primaria è riuscire a produrre questo film quindi. Riprenderò poi Guerrieri, da poco ho concluso le riprese di due film che usciranno prossimamente e in questo momento sto girando una serie crime per Sky. E, infine, mi piacerebbe essere coinvolto di nuovo in un film d’azione. Tre anni fa ho lavorato ad un revenge, un film d’azione che si intitola Il mio nome è Vendetta, di Cosimo Gomez, su Netflix, che ha ottenuto nel mondo dei numeri incredibili. Fino a quando riuscirò a gestire i miei riflessi (ride, ndr), ho questo desiderio, mi divertirei molto ad interpretare nuovamente ruoli di questo tipo.
Talent: Alessandro Gassman @alessandro_gassmann_official
Photographer: Vincenzo Valente @vincenzo_valentee
Photographer ass: Elisa Marchegiani @digi_elli
Stylist: Carlo Alberto Pregnolato @carlo_alberto_pregnolato
Stylist ass: Massimiliano Morazzoni @massimiliano_morazzoni
Groomer: Emanuele Vona @emanuelevonahair
Producer: Lorenzo Salmone @salmonelorenzo
Casting: Michele Bisceglia @michelebisceglia_
Words: Valentina Uzzo @valentinauzzo_
Pr e press: Manzo Piccirillo @manzopiccirillo
Editor in Chief: Andrea Bettoni @_andreabettoni
Fashion Director: Carlo Alberto Pregnolato @carlo_alberto_pregnolato
Digital Content Director: Nicola Pantano @nicolapantano_
Project Manager: Valentina Uzzo @valentinauzzo_












