“Per me l’identità coincide con una forma di instabilità.” È da qui che parte la conversazione con Olimpia Rende (@olimpia_rende), fotografa italiana trasferitasi a New York, il cui lavoro si muove tra ritratto, moda e ricerca personale. Più che cercare definizioni precise, le sue immagini sembrano abitare uno stato sospeso: momenti in cui le persone non sono ancora completamente “leggibili” oppure stanno lentamente diventando qualcos’altro. Nei suoi lavori l’identità non appare mai come qualcosa di fisso o pienamente risolto ma, piuttosto, come una tensione continua tra vulnerabilità e controllo, tra ciò che una persona mostra e ciò che invece resta distante. Anche per questo, la fotografia diventa, meno, uno strumento per raccontare e svelare l’identità e, più, un modo per avvicinarsi a ciò che rimane ambiguo, fragile o emotivamente aperto.
Questa sensibilità attraversa tutto il suo lavoro e si riflette nel modo in cui Olimpia sceglie di fotografare i suoi soggetti, evitando immagini troppo costruite o perfettamente risolte. È proprio lo stato di transizione a interessarle maggiormente: il momento in cui una persona non è ancora definita o sta, lentamente, trasformandosi in altro. In questo processo, New York ha avuto un ruolo centrale. Più che ridefinirla, la città sembra aver dissolto molte strutture che prima percepiva come stabili. Olimpia lo descrive come un luogo che espone e amplifica, costringendo chi lo attraversa a confrontarsi continuamente con quello che rappresenta e ciò che potrebbe diventare. Un’esperienza che, nel tempo, l’ha resa più permeabile, ma anche più libera nel modo di osservare, vivere e costruire le proprie immagini. Anche il suo sguardo fotografico nasce da questa idea di trasformazione. A un certo punto, racconta, ha smesso di cercare un’immagine “corretta” per iniziare a fidarsi di ciò che emergeva in modo più istintivo: immagini imperfette, fragili, a volte ambigue, errori compresi. È lì che riconosce un cambiamento reale nel proprio modo di guardare. Non più la ricerca di qualcosa di pulito o completamente controllato, ma l’apertura verso ciò che rimane irrisolto.
Questo approccio si riflette soprattutto nel rapporto con le persone che fotografa. Più che costruire un’identità, va di sottrazione: creare una condizione minima in cui qualcosa possa emergere senza essere forzato. La relazione diventa quindi centrale, uno spazio in cui anche una piccola vulnerabilità può emergere spontaneamente. Per questo, nei suoi lavori, l’identità non coincide mai completamente con il soggetto ritratto, ma nasce nello scambio tra chi guarda e chi viene guardato. Ogni immagine diventa così una forma di riflessione reciproca, un punto di contatto in cui inevitabilmente entra in gioco anche una parte di lei, anche quando non è intenzionale. Ciò che la attrae nei volti, nei corpi o nelle persone che sceglie di fotografare è spesso una tensione interna difficile da definire: un equilibrio sottile tra forza e vulnerabilità, qualcosa che non si lascia leggere completamente. Le immagini che cerca non vogliono chiudersi in una definizione precisa, ma restare aperte, sospese, capaci di suggerire più di quanto mostrino. Anche per questo, Olimpia non crede che la fotografia possa restituire una verità oggettiva su una persona. Ogni immagine rappresenta inevitabilmente un’interpretazione. Eppure, proprio attraverso questa distanza, può emergere una forma di verità diversa: non documentaria, ma emotiva. Qualcosa che si percepisce, più che rivelarsi.
MANUAL
Verso la fine della conversazione emerge poi un progetto che sente particolarmente vicino: Manual, collettivo nato a New York nel 2017 attorno a un’idea semplice, ma precisa: dare valore ai propri ricordi. Inizialmente legato all’uso delle disposable cameras, il progetto ha riportato la fotografia verso una dimensione più fisica e quotidiana, qualcosa da conservare, condividere e costruire nel tempo. Oggi Manual lavora anche con pellicola e digitale, mantenendo però lo stesso approccio spontaneo e diretto: documentare la propria vita senza aspettare il momento perfetto.
Più che sulla ricerca di un’estetica precisa, il progetto sembra fondarsi sull’idea di presenza e partecipazione. Le immagini raccolte da Manual conservano spesso una dimensione estremamente immediata: momenti ordinari, amici, corpi, viaggi, feste, frammenti di quotidianità che acquistano valore proprio perché non costruiti o eccessivamente mediati. In un momento in cui gran parte delle immagini contemporanee tende a essere sempre più controllata e performativa, Manual prova invece a preservare una forma di spontaneità emotiva.
Allo stesso tempo, il collettivo è diventato anche uno spazio reale di incontro. Eventi, feste e momenti condivisi trasformano la fotografia in un’esperienza collettiva, dove le immagini non servono soltanto a rappresentare un’identità, ma diventano un modo per costruirla insieme agli altri. È probabilmente anche questo l’aspetto che interessa Olimpia: l’idea che l’identità non nasca mai completamente come solo individuo, ma si formi continuamente attraverso relazioni, memorie condivise e momenti di scambio.
Project: Sofia Spini e Giorgia Calia @sofispini e @giorgiaacaliaa
Words: Giorgia Calia @giorgiaacaliaa













