Nella vita nessuno ci insegna una delle cose più importanti. Nessuno ci insegna a non sapere, a tollerare di stare al mondo senza l’ossessione di capire, di etichettare ed etichettarsi. Ethan Lara non si definisce e ha consapevolezza di questo. Ethan è un artista in divenire. Non ha paura di contraddirsi, perché riconosce che la coerenza non fa parte delle persone nonostante siamo continuamente chiamati ad incasellare tutto e tutti. La sua musica, a parole, racconta di sé e dell’amore, ma comunica anche un messaggio ben più forte: siamo tutti individui sfaccettati.

Raccontaci qualcosa di te e come ti sei evoluto come artista?
Sia come artista sia come individuo sento di essere, come lo sono tutte le persone, in divenire. Probabilmente anche per la mia giovane età, sono in una fase di scoperta, o ri-scoperta, e rinascita. Sono cambiato molto nell’ultimo periodo e sto cercando di comprendere e accettare tutte le mie sfaccettature. Non è semplice staccarsi dall’immagine che si ha avuto di sé fino a ieri. Sto cercando di ascoltarmi e percepirmi in un altro modo, fuori dalla mia comfort zone e mi auguro di spingermi sempre oltre. In questo momento sono una persona che si sta scoprendo e ha voglia di fare mille esperienze indipendentemente dalla mia parte artistica; che, poi, se esiste un confine tra quest’ultima e la mia persona, io non l’ho ancora trovato. Oggi sono un individuo, ma anche la mia artisticità e sono in divenire in questo processo. Per quanto riguarda la mia crescita, sicuramente ha molto influito il mio trasferimento a Milano. È stato proprio un momento di rottura per me, sia per il coming out sia perché ho iniziato a lavorare in un modo diverso rispetto a come ero abituato quando stavo a Firenze o a Roma. Ho iniziato a sentire che stavo crescendo, perché sono stato bombardato da mille stimoli diversi, musicali e personali. Poi, chiaramente, ho passato anche dei mesi in cui mi sono sentito estremamente fermo. Sai com’è Milano… essere catapultati in una realtà frenetica ed essere circondati da un ambiente, in cui tutti fanno cose può buttarti giù.

A proposito di Milano: la città delle opportunità, che dà, ma che allo stesso tempo toglie, se non stai al suo passo. Qual è il tuo rapporto con l’anima complessa e sfaccettata di questa città?
Il modo che ho di vivere Milano è cambiato nei mesi. Inizialmente avevo una FOMO (fear of missing out, ndr) incredibile. Mi sentivo sempre indietro rispetto alle persone e agli eventi, perché se vieni da contesti più piccoli come Firenze o Roma – che in realtà è grande, ma è fatta di situazioni completamente diverse rispetto a Milano – vuoi viverti tutte queste novità. Sentivo la necessità di essere sempre presente e visto nei posti giusti. All’inizio mi piaceva, mi divertivo e sentivo che era quello che gli altri si aspettavano da me. Poi ho iniziato a vedermi e percepirmi solo in quel modo, solo attraverso gli occhi degli altri e attraverso quello che mostravo sui social. Milano in un certo senso è stata per me la città dei balocchi di plastica, nella quale le persone ti vedono solo per il personaggio che ti sei costruito. Se questo tuo personaggio non ha qualcosa da dire, durerà come la moda y2k! Quando ho compreso questo, ho iniziato a pensare che non volevo essere solo quella cosa lì, ma che avrei voluto dire qualcosa di diverso. Sono stato fortunato, perché ho avuto accanto le persone giuste che me lo hanno fatto notare, dicendomi che mi stavo perdendo. Milano è piccola, ma alienante. Dopo qualche mese, mi sono reso conto che quando mi trovavo da solo non ero più abituato ad avere un contatto emotivo con la mia persona, con il mio essere, perché ero solo quello che avevo deciso di mostrare agli altri. Ovviamente alcune parti che mostravo facevano e fanno tuttora parte della mia persona, ma non sono totalizzanti. Credo che con gli anni poi si arrivi ad una maturità che ti permette di fare un balance: quello che vuoi mostrare e quello che vuoi tenere per te, avendo consapevolezza di tutte le proprie sfaccettature.

Che messaggi vuoi trasmettere con la tua musica?
Di base scrivo in modo autobiografico. Nel corso del tempo, la mia modalità di scrittura si è evoluta. Prima mi proteggevo di più, ora sono molto più libero e aperto a raccontarmi e a trattare temi molto personali. Dal punto di vista della scrittura, prima i miei testi erano molto complessi, carichi di significato, ma difficili da comprendere. Ora sono dell’idea di semplificare il linguaggio per veicolare un messaggio nel modo più chiaro possibile. Sto imparando questa cosa anche grazie alle persone con cui collaboro. Per esempio, in uno dei miei primi testi scrivevo: “macchie di vuoto dentro i miei polmoni”, una metafora per descrivere le sigarette che io fumo a causa di un’assenza. Il fumo lascia macchie indelebili sui polmoni e io fumo, perché mi fa male, perché sto male. Mi rendo conto che non è un messaggio che arriva dritto al punto. Ora sto cercando di raccontare cos’è l’amore per me e il sentirsi fragile in un modo più diretto. Inoltre, attraverso la musica sto imparando a conoscere le altre parti di me, a vedermi non solo come una persona triste e malinconica. Con la mia musica e attraverso le mie esperienze, vorrei dire che non bisogna avere paura di conoscersi e di scoprirsi diversi da quello che si pensava di essere.

Cosa vuol dire essere un artista queer oggi? Non solo a Milano, che abbiamo già appurato essere sotto certi aspetti una realtà a sé, ma in Italia.
Mi piace che tu abbia specificato non a Milano, perché è vero che Milano ti dà un po’ la percezione di vivere in una bolla. Io ho fatto coming out quando sono arrivato a Milano e non ho vissuto abbastanza in altri luoghi per poter dire come la cosa possa avermi influenzato. Però, secondo me, l’Italia non è ancora un posto che è pronto ad accogliere tutto ciò che è il mondo queer. Essere un artista queer presuppone il fatto di esprimersi in un modo considerato non consono da una grande parte della popolazione. In Italia, è un dato di fatto che la cosa non sia pienamente accetta. Una persona queer, che non rappresenta l’eteronormatività in cui siamo abituati a vivere, ha oggettivamente più difficoltà, sia per la situazione politica in cui viviamo e per la mentalità imperante sia perché non esistono ancora abbastanza luoghi, se non nelle grandi città, in cui possono essere liberamente accolti gli artisti di questo tipo.

Hai accennato al tuo coming out che è avvenuto quando ti sei trasferito a Milano, quindi, abbastanza di recente. Come lo hai vissuto?
Devo dire che da questo punto di vista sono stato molto fortunato, perché ho avuto il sostegno della mia fidanzata dell’epoca, che oggi è la mia migliore amica. Quando stavamo insieme, abbiamo vissuto la sessualità in modo aperto e questo mi ha aiutato ad accettare la mia omosessualità. Ovviamente l’ho capito con il tempo e lei mi ha accompagnato e mi è stata vicina in questo percorso. Non è scontato che una persona che ti è stata accanto in quel modo possa accogliere la cosa e aiutare te ad accettarlo e a scoprirti. Questo mi fa sentire estremamente fortunato e grato. Quando sono arrivato a Milano ho percepito che fosse una cosa completamente normale. È chiaro che all’inizio non è stato così facile per me, però ora sento che sia una delle cose più belle che mi sia successa. Mi sento bene con la mia sessualità e a mio agio con il fatto di essere un ragazzo gay, anzi mi sento fortunato di essere ok con tutto questo.

In futuro parlerai di questo nella tua musica?
Non lo so, probabilmente sì. Vivo il mio essere gay serenamente quindi per ora non sento la necessità di parlarne attraverso la musica. Però ci tengo molto a parlare di queerness e raccontare la mia esperienza, perché penso sia importante per chi sta vivendo le stesse cose che ho passato io. Ad oggi non lo faccio attraverso la mia musica, ma lo faccio prendendomi un momento sul palco per raccontare questo mio altro aspetto. Lo farò sicuramente anche nelle tappe del Pride.

A cosa ti ispiri?
Prendo ispirazione, non solo da quello che succede nella mia vita, ma anche dalle immagini. Mi piacciono molto le fotografie o i quadri che raffigurano persone nell’intimità. Recentemente ero a Parigi e sfogliando un magazine sono rimasto colpito da una raccolta di scatti in diversi momenti di intimità tra le varie coppie, dagli anni ’70 ad oggi. In generale mi catturano immagini che lasciano intendere e comunicano delle storie tra persone, immagini correlate all’amore, alla sensualità, all’erotismo. Sono cose che mi suscitano moltissime emozioni.

A questo punto la domanda sorge spontanea. Tu fai fotografie?
Ne faccio parecchie con il mio cellulare, ma in modo amatoriale. Mi piace tenere questi scatti come ricordo di un’emozione.

In questo momento, oltre che essere in divenire, come definiresti la tua musica?
È una domanda molto difficile. Credo che questo disco sia esattamente la rappresentazione di tutto il casino che ho in testa. Casino in senso buono. È l’accettazione di avere mille sfumature, perché ascoltandolo vi accorgerete che sono tutte tracce molto diverse tra loro. C’è tanta sperimentazione nonostante sia semplice. Non è un EP sperimentale, ma nel quale ho sperimentato tanto. Lo definirei out of comfort, diretto, colorato, pop, semplice. Un EP che arriva al punto in un modo in cui io non ero abituato a fare. Prima facevo roba molto più R&B, un po’ più ricercata, non che ora mi sia completamente allontanato da quel mondo, però, sto cercando di sperimentare con la musica e con i generi. Per me questo è un EP di riposizionamento.

Che temi affronti nel nuovo EP che si intitola Giovene Cuore? Come sono nati e cosa rappresentano per te i sei brani che lo compongono? Qual è il pezzo a cui sei più legato?
Il pezzo a cui sono più legato è il brano scritto con mio fratello che si intitola “Solo per te”. Ecco questo è il pezzo in cui sono uscito meno dalla mia comfort zone, sia come sound sia come modalità di espressione e quindi di scrittura. Per altri brani invece posso dire che sono colorati, nel senso di inaspettati, diversi dal mio solito. Uno tra questi ho deciso di scriverlo in portoghese e parla di quegli amori solamente notturni, quelli da una botta e via, quelli che la mattina dopo non contano più e il dolore che ciò può provocare, ma in chiave più “Baile de Favela”. Poi c’è “Pugni”, che è la focus track ed è il pezzo più pop e radiofonico. Quello che mi ha fatto uscire dalla mia comfort zone nonostante fosse rimasto in cantina per due anni, perché l’ho scritto molto tempo fa, insieme ad Arturo, il mio produttore. Prima avevo paura di fare un pezzo del genere, perché mi sembrava di svendermi, ora in realtà ho accettato che è un’altra sfumatura della mia artisticità e mi diverte farlo. Quello che mi stupisce di questo pezzo è che sia uscito in modo davvero spontaneo e che nel ritornello dico: “Per fare a meno di te, ho preso a pugni il mio cuore”, che è una frase semplice, per tornare al discorso del semplificare la scrittura, ma che per me vuol dire tanto. È come se questa frase sotto avesse degli strati che vanno infondo alla mia persona. Per me è stata intensa. Un altro pezzo invece lo ha scritto Martina Vinci e sono molto contento che ci sia un’autrice donna nel mio EP. La sua è l’ultima traccia con cui ho chiuso il disco. Mi sono innamorato subito di questo pezzo pop, molto semplice, ma tocca in modo profondo punti a me affini e si intitola “Il resto da buttare”. Diciamo che questi quattro pezzi di cui ti ho parlato rappresentano e raccontano parti diverse della mia persona: uno scritto con mio fratello che rappresenta l’artisticità da cui provengo, il secondo in portoghese, che è la mia seconda lingua, il terzo molto pop e radiofonico e l’ultimo che interpreto e che è scritto da un’altra persona. Questo EP è un po’ la realizzazione di un processo iniziato tempo fa e che ora sta dando i suoi frutti. Non so se sarà identificativo della mia artisticità futura, ma per ora sentivo di dovermi esprimere così.

MSGM polo shirt, tie and trousers, Sonora Boots boots

Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?
Mi piacerebbe lavorare con Dardust come produttore, Mengoni, Mahmood, perché mi piace molto come scrive, Giorgia, perché sono cresciuto con la sua musica ed Elisa. Se dovessi pensare all’estero ti direi Frank Ocean, Omar Apollo e Daniel Caesar.

Ti abbiamo visto protagonista anche nel mondo moda. Musica e moda sono due universi creativi e oggi più che mai dialogano. Secondo te cosa li accomuna?
Moda e musica sono due mondi estremamente vicini e l’ho capito venendo a Milano. Quando vivevo a Firenze era difficile spiegare questa cosa. Le persone intorno a me non vedevano questo legame e pensavano bisognasse concentrarsi o sulla musica o sulla moda. Per me, invece, la moda è un canale di espressione fortissimo. Quando sali su un palco inizi già a parlare ancora prima di suonare. Mi rendo conto che il modo in cui mi vesto rappresenta sempre il modo in cui mi sento ed è molto forte come messaggio. Non mi sento però un tipo di modello per la moda, non mi sento di influenzare in questo senso. Per me la moda è un canale fortissimo con il quale io riesco ad esprimermi. È un mezzo per dire qualcosa senza parlare ed è anche un mezzo per stare bene. Ho lavorato con alcuni brand, perché mi piace lavorare molto con le immagini e mi fa stare bene. Mi piacerebbe un domani che il mio modo di vestire rappresentasse al cento per cento la mia musica. Come ti dicevo, mi ispiro molto alle immagini e per far sì che la mia arte sia completa mi piacerebbe consolidare questo connubio tra la mia immagine e la mia musica. Musica e moda viaggiano su due binari paralleli che non si sovrastano, ma si esaltano a vicenda.

Hai vari tatuaggi. Qual è il primo e l’ultimo che hai fatto?
Allora il primo è la scritta Panta Rei, l’ultimo, sono un po’ in difficoltà, ma non ricordo quale sia!

Qual è quello di cui in questo momento vorresti raccontare qualcosa?
Questa linea che parte dal collo e continua sul petto rappresenta il minimalismo di cui sto cercando di circondarmi. Un minimalismo fatto di cose essenziali, ma importanti. E poi mi piace molto quello con la scritta finestra di tolleranza – un quadrato che rappresenta una finestra e la parola tolleranza scritta in stampatello – me lo ha fatto una mia amica che è una che ha molta difficoltà a pazientare e a tollerare determinate cose. Secondo me, con il tempo bisogna imparare a tollerare e lasciar andare certe cose, se no vivi male.

Cosa vedi nel tuo futuro?
Non lo so. Il futuro è in divenire. Ho molte idee e molti stimoli e non so dove andrà la mia testa e dove la mia anima e sono contento così.

 

talent Ethan Lara – photographed by  Luigi Sgambato 
art direction and styiling Nicola Pantano – styling ass. Sofia Riva, Evelyn Fogar
mua Ginevra Calie – mua ass. Nicoletta Ambrosii
artwork Chiara Arsini  management @yumanity – discography Carosello Records