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Mr. Rain è tornato. E lo ha fatto con una nuova energia, nuove sfide e un nuovo modo di far parlare la sua musica, tra il debutto a teatro e un nuovo progetto discografico in spagnolo. Ma non solo. È un momento particolarmente intenso per lui, arrivato dopo una pausa di circa un anno, un tempo necessario per fermarsi, ritrovare sé stesso e capire in quale direzione portare la propria musica. Oggi quella pausa sembra aver aperto una porta su una fase completamente nuova del suo percorso.
In questa intervista Mattia racconta proprio questo: il ritorno, le nuove esperienze, il rapporto con la musica e con il pubblico, ma soprattutto la persona e l’artista che stanno emergendo da questo nuovo capitolo.
Quello che ci sarà da aspettarsi? Un nuovo Mr. Rain. E con “nuovo” non si intende in nessun modo un artista che rinnega ciò che è stato, né tantomeno che dimentica il percorso fatto finora. Al contrario: è proprio da tutto quello che ha vissuto e dalle consapevolezze maturate che nasce oggi una versione ancora più autentica di sé.

Sei tornato a cantare dal vivo e, per la prima volta, lo hai fatto in versione orchestrale, scegliendo – a grande sorpresa – l’atmosfera del teatro per il tuo tour. Cosa ti ha spinto a cambiare dimensione e ad avvicinarti così tanto al pubblico? Cosa può permetterti di raccontare un teatro che un palazzetto non permette?
La mia necessità di connettermi al pubblico. Il teatro ha una dimensione completamente diversa rispetto a un palazzetto: in quest’ultimo caso sei più distante dal pubblico, anche fisicamente, di conseguenza non riesci a creare quell’empatia e quella connessione che, secondo me, si ricreano invece in un teatro.
L’idea di debuttare con il mio tour a teatro, in realtà, è qualcosa a cui pensavo già da molto tempo, perché ho sempre visto la mia musica come qualcosa di molto affine a quell’universo. Nei miei dischi ci sono molti elementi orchestrali, tra archi e fiati, e questo mi ha sempre portato a pensare che il teatro potesse essere la dimensione giusta per la mia musica.
Quello che mi ha fatto capire che fosse arrivato il momento giusto per farlo è stata proprio questa forte esigenza di sentire il mio pubblico. Dopo l’esperienza di Sanremo, seguita prima dal tour nei club e poi da quello nei palasport, l’anno scorso mi sono preso del tempo per me e per il mio lavoro. È stato un anno di totale assenza dal live e da tutto: ho iniziato a immaginare il nuovo disco e una nuova formula per tornare tra le persone. È lì che mi è tornata la voglia del teatro.
Sono una persona che si mette perennemente in discussione, in costante sfida con sé stessa, quindi, all’idea di mettermi in gioco e cantare in un contesto completamente diverso come il teatro, ho detto: “Proviamo”. E così è andata.

E come è andata?
Benissimo! La prima data del tour teatrale si è svolta al Teatro Arcimboldi e mi ha regalato davvero un’emozione unica, molto diversa rispetto a un palazzetto, perché banalmente le persone sono sedute e quindi è tutto un po’ più composto. Ma ho comunque sentito tremare le pareti per quanto cantavano.
Ero solo titubante sulla durata dello spettacolo: quando ne parlavo mi dicevano che due ore di concerto sarebbero state troppe in un teatro. Alla fine è durato un’ora e cinquanta e, posso dire? È letteralmente volato il tempo. Arrivato all’ultima canzone, Supereroi, ero quasi arrabbiato perché, ripensandoci, avrei potuto aggiungere qualche altro brano in scaletta.
Ma va bene così: è andato tutto alla grande ed è stata una serata che sicuramente mi porterò per sempre nel cuore.

Ti sei preso del tempo per lavorare alla nuova musica. Che cosa avevi bisogno di ritrovare o di capire prima di tornare a pubblicare?
Avevo la necessità di uscire da certe dinamiche. Sono sempre stato conscio di quello che voglio fare, di quello che voglio dire e di come voglio farlo. Ma il mondo della musica, naturalmente, è definito anche da un certo tipo di dinamiche, dalle classifiche agli streaming. Sono tutti aspetti imprescindibili, ma fanno inevitabilmente perdere un po’ di quella magia che la musica dovrebbe avere e del motivo per cui un artista produce musica.
Quindi mi sono ritrovato in una fase di “insoddisfazione” e lì è nata l’esigenza di prendermi un anno per lavorare alle mie canzoni senza pensare a paranoie del tipo: “Non sto pubblicando, mi dimenticheranno, magari ci sarà meno gente ai live”. Sono tutte paranoie di cui nessuno parla, ma che tutti si fanno.
Io ero stufo di tutto questo, quindi mi sono trasferito fuori Milano e sono tornato dove sono nato, forse per il bisogno di riconnettermi un po’ con le mie radici, con i luoghi in cui ho scritto i miei primi pezzi. Ed è stata una boccata d’aria fresca che mi ha aiutato moltissimo.

Hai costruito gran parte del tuo percorso intorno a temi molto personali: fragilità, solitudine, rinascita, sensibilità. Dopo questa pausa, quali sono oggi le emozioni che senti più urgenti da raccontare?
Sicuramente credo che continuerò a raccontare quello che è racchiuso nei miei brani, semplicemente andando ancora più in profondità. Più cresco come persona, più cambio anche modo di vedere le cose, quindi attraverso la musica ho la possibilità di raccontarlo in qualsiasi forma e in qualsiasi veste.
Un sentimento che prevale in questo momento, forse, è la rabbia. Sì, c’è un po’ più di rabbia ora. Complice sicuramente il periodo storico che stiamo vivendo, che non è sicuramente uno dei migliori e, complice, tutto il discorso legato alle dinamiche di questo lavoro, come ti spiegavo prima.
Ora sono un po’ più incazzato, diciamo così. E la rabbia è sicuramente un sentimento dominante nel nuovo disco che sto scrivendo.

Mettiamo ora da parte la rabbia e recuperiamo uno dei tuoi più grandi successi: Supereroi. Dopo un esito come questo, come si torna in studio e si ricomincia a scrivere senza pensare alle aspettative?
È complesso. Quando ogni due anni produco un pezzo che considero la punta di diamante, so che devo poi essere capace di superarla.
Ho una cerchia di persone strette a cui faccio ascoltare i brani due mesi prima di pubblicarli e con loro mi confronto sempre su questo: se quel nuovo brano sarà più bello di Fiori di Chernobyl, così come di Supereroi, per farti un esempio. E in base a quello che mi rispondono, ogni volta capisco che è impossibile comparare i pezzi.
Resta il fatto che è inevitabile scrivere senza pensare alle aspettative, è difficile che questo non accada.

Quando eri agli esordi, che idea avevi del successo? È diversa rispetto a quella che hai oggi?
Ho capito che raggiungerlo è impegnativo. Forse all’inizio pensavo fosse molto più semplice arrivare al successo, ma viverlo non è poi così semplice. Dipende naturalmente anche dal tipo di persona che sei. Io mi ritengo una persona abbastanza riservata, che tiene anche alla propria privacy, quindi per me è un po’ complesso gestire il mio lavoro. Con questo non voglio assolutamente intendere che ne sia infastidito, anzi: quando incontro le persone mi sento infinitamente grato. Però, ovviamente, per una persona un po’ riservata come me, vivo il successo in modo differente.

Cosa ti affascina, invece, della nuova generazione di artisti e del modo in cui stanno cambiando il rapporto tra musica, immagine e pubblico?
La grande voglia di indipendenza. Questo mi affascina. Ed è qualcosa che mi è sempre appartenuto.
Quando avevo quindici anni ero un grande fan di Macklemore, così come dei Major Lazer: sono cresciuto con quella bandiera. Poi sono entrato in Warner, ma quell’attitudine ce l’ho sempre, è rimasta.
E noto questo spirito nell’aria. Secondo me, nel giro di qualche anno il mercato indipendente sorpasserà quello attuale: sarà il futuro della discografia. Quando ho prodotto la versione francese di Supereroi, parlando con un cantante francese, mi raccontava che da loro è già in atto una sorta di rivoluzione musicale. Si tratta di piccole label che stanno superando le major, motivo per cui ultimamente sono aumentate, così come in America.
Qui in Italia questo meccanismo arriverà più tardi, ma è solo questione di tempo e allora io griderò vittoria (ride, ndr).
Ci sarà sempre più libertà di creare: ognuno sarà messo nella condizione di scegliere di produrre in libertà e questo, secondo me, sarà un bene per la musica. Poi, comunque, un cambiamento porta sempre a qualcosa di positivo.

Raccontaci un po’ del nuovo disco spagnolo a cui stai lavorando, un progetto che ti sta portando a confrontarti con un pubblico che non conosce necessariamente la tua storia.
Siamo tutti molto entusiasti. Anche questa è un’idea che mi era venuta in mente da diverso tempo, ma che per tutta una serie di motivi non sono riuscito a far partire. Ma eccoci qui.
Quando ne ho parlato al mio attuale manager, Francesco Facchinetti, si è dimostrato subito convinto e così abbiamo provato. Quando sono andato a Madrid e il manager di Beret ha ascoltato Supereroi, se ne è innamorato e ha voluto creare subito la versione in spagnolo.
Considera che non conoscevo una parola di spagnolo (ride, ndr), ma era comunque un mio sogno e il primo brano che avrei voluto cantare in spagnolo sarebbe stato Fiori di Chernobyl.
Poi mi sono trasferito per sei mesi in Spagna e questa esperienza mi ha permesso di conoscere moltissimi produttori, autori e cantanti. Ho seguito decine e decine di session e da lì ho cominciato a costruire un disco inedito in spagnolo che ora sto ultimando.

Cosa dobbiamo aspettarci?
Sicuramente non sarà un disco di traduzione, come fanno tanti. Ho voluto celebrare un po’ il mio nuovo percorso con qualcosa ad hoc, che non fosse semplicemente una traduzione di Fiori di Chernobyl, Supereroi o di altri brani, ma piuttosto un progetto che avesse un concept, con brani completamente nuovi, ognuno con uno stile diverso dall’altro.

Come è stato cantare in spagnolo: ha cambiato il tuo modo di scrivere o di percepire la musica?
Sì, inevitabilmente. Ora scrivo un po’ più di pancia, sono più diretto, mi occupo meno della forma, faccio meno caso all’emozione e non sono più così tanto alla ricerca della frase poetica ogni quattro frasi.
Prima questo era un aspetto di cui ero ossessionato. Ora sono molto più libero e scrivo molto più di getto.

Quanto è difficile essere sinceri in una canzone quando sai che quella canzone verrà poi ascoltata da milioni di persone?
Per quanto mi riguarda è sempre stato molto semplice, perché all’inizio scrivevo, non pubblicavo e tenevo i brani per me, li facevo girare tra i miei amici. Poi ho cominciato a condividere qualcosa su YouTube e, step by step, è arrivato tutto il resto.
Personalmente ho sempre visto la musica come un luogo sicuro, anche se ascoltata da un miliardo di persone. So che può sembrare un paradosso, ma ho sempre considerato la musica come un posto safe e privato, anche se di fatto non lo è.

C’è qualcosa che oggi ti concedi artisticamente e che dieci anni fa non avresti avuto il coraggio di fare?
Probabilmente il fatto di spaziare un po’ di più per quanto riguarda la tipologia di pezzi. Per dire, il disco su cui sto lavorando è molto vario: ogni canzone è completamente diversa dall’altra, perché si passa dalla ballad al brano “rabbioso”, fino al brano salsa.

E se potessi, invece, ascoltare una sola delle tue canzoni per la prima volta, senza ricordare di averla scritta, quale sceglieresti?
Forse Fiori di Chernobyl, è la mia preferita. Per una serie di motivi: per il testo, che secondo me è molto più bello di molti altri miei pezzi, per il momento in cui l’ho scritta, per il senso e per il ritornello.
L’unica modifica che farei ora è il tipo di strumentale. Crescendo, anche a livello professionale, come produttore, avrei fatto qualcosa di un pochino più “fine” ed elaborato.

Se questo nuovo capitolo avesse un titolo, quale sarebbe?
Il titolo del mio nuovo album che, però, non posso ancora spoilerare (ride, ndr).

Intanto, allora, te ne propongo un altro: libertà. Mi sembra che tu stia andando in quella direzione, alla scoperta di una nuova libertà creativa, o sbaglio?
È vero. Direi libertà o disillusione.

Talent: Mr. Rain @mrrainofficial
Photographer: Giuseppe Palazzolo @joepal__
Styling: Nicolò Giganti  @__nicolo
Styling ass: Matteo Schianta  @matteoschianta and Simone Di Vita @_simoned.v_
Grooming: Alessandro Pompili @alessandro__pompili @wmmanagement
Management: Valentina Facchinetti @valefacchi

Editor in Chief: Andrea Bettoni @_andreabettoni
Digital Content Director: Nicola Pantano @nicolapantano_
Project Manager and Words : Valentina Uzzo @valentinauzzo_
Producer : Lorenzo Salmone @salmonelorenzo