Ci sono band per le quali il tempo finisce per diventare una cornice e altre che continuano a usarlo come materia viva. A trentadue anni dall’esordio, gli Skunk Anansie potrebbero ormai crogiolarsi nel proprio repertorio e nel ruolo consolidato di istituzione dell’alternative rock britannico. Potrebbero affidarsi alla liturgia degli anniversari, alla forza intatta di brani che hanno attraversato generazioni, alla rassicurante dinamica di un pubblico disposto a riconoscersi ogni sera nelle prime note di Weak, Hedonism o Secretly. Incontrandoli emerge invece con chiarezza che ciò che conta davvero per la band non è presidiare il passato, ma capire se esista ancora una ragione sufficientemente forte per continuare a essere gli Skunk Anansie nel presente.
Per chi, come me, li ha scoperti quando MTV era ancora uno dei luoghi in cui musica, immagini, stile e cultura giovanile si fondevano in un unico linguaggio, incontrare gli Skunk Anansie significa inevitabilmente fare i conti anche con una memoria personale. Ricordo Secretly e il suo video passare sullo schermo con quella frequenza capace, allora, di trasformare una canzone in un appuntamento. E ricordo soprattutto la sensazione che Skin non somigliasse a nessun’altra frontwoman: il suo corpo, la voce, l’estetica, il modo di stare al centro della schermo mettevano in discussione molte delle convenzioni attraverso cui il rock degli anni Novanta rappresentava genere, razza e identità. Intorno a lei, però, c’era anche una band vera, perché gli Skunk Anansie non sono mai stati soltanto l’estensione del carisma della loro leader, ma l’esito dell’attrito creativo tra quattro personalità diverse che ancora oggi descrivono il proprio stare insieme come qualcosa da proteggere, correggere, ridefinire continuamente.
È un punto che ritorna in entrambe le direttrici di questo servizio. Con Skin il discorso si muove dalla politica alla responsabilità individuale, dall’esperienza del razzismo e dell’omofobia alla possibilità – o all’impossibilità – di separare completamente l’artista dalla realtà che lo circonda; passa attraverso il dubbio più radicale affrontato durante la lavorazione di The Painful Truth, quando la band si è chiesta se avesse ancora senso continuare, e arriva al rapporto con il proprio catalogo, con la nostalgia e con canzoni che ormai appartengono a chi le ascolta almeno quanto a loro. Con Ace, Mark Richardson e Cass Lewis la prospettiva si allarga invece alla memoria collettiva: i Therapy? agli inizi, Glastonbury, Nelson Mandela, la trasformazione dei rapporti interni, la dimensione irripetibile del live. Esperienze che, messe in successione, raccontano non semplicemente una carriera, ma il processo attraverso cui una band impara nel tempo a riconoscere ciò che è davvero essenziale.
Il punto di partenza della nostra conversazione non è però un anniversario, un disco storico o un episodio particolare della carriera della band, ma una questione molto più contemporanea: chi decide la storia di una cultura, quali voci vengono ricordate e quali, invece, rischiano di scomparire dal racconto?
Di recente hai elogiato su Instagram We Were Here: A History of Black People and Alternative Music di Stephanie Phillips, un libro che racconta anche la tua esperienza all’interno della storia della musica alternative black. Pensi che qualcosa sia cambiato nel tempo oppure barriere e stereotipi continuano a far parte di questa storia?
Ho trovato particolarmente interessante il fatto che Stephanie abbia raccontato tanto artisti molto noti quanto figure quasi sconosciute della scena punk, alla quale hanno preso parte moltissimi musicisti neri. Il problema è che la storia è stata raccontata prevalentemente da una prospettiva bianca e, di conseguenza, il contributo delle persone nere al rock e al punk è stato spesso ridimensionato o dimenticato, nonostante la musica afroamericana costituisca una parte fondamentale delle radici del rock. È anche per questo che considero prezioso il lavoro di ricerca di Stephanie, soprattutto pensando a quanto siano ancora poche le donne nere che scrivono della storia del black punk. Ricordo che, quando arrivammo per la prima volta negli Stati Uniti, ci presentarono immediatamente al responsabile della divisione “black music”: eravamo neri, quindi si presumeva automaticamente che dovessimo appartenere a quell’ambito, nonostante ci presentassimo come una punk band. È un episodio che racconta bene quanto sia radicata l’idea di associare un determinato genere a un colore della pelle o a un’origine etnica. A un certo punto, quel legame storico è stato quasi reciso e il rock ha cominciato a essere percepito come una musica “bianca”, nonostante le sue profonde connessioni con il blues. Oggi molte cose sono cambiate, naturalmente, ma quella frattura culturale non è del tutto scomparsa: c’è ancora chi considera la “black music” un territorio separato, così come una parte della cultura country fatica a riconoscere apertamente quanto della propria storia musicale derivi anche dal rhythm and blues.
Gli Skunk Anansie hanno sempre cantato di razzismo, femminismo, diritti umani e, più recentemente, anche di conflitti internazionali. Pensi che un artista abbia una responsabilità civile?
Crescere a Brixton è stato fondamentale per il mio carattere e per la mia sensibilità artistica. Era un quartiere povero, trascurato dalle istituzioni, dove molte persone venivano continuamente fermate e perquisite dalla polizia e dove quelle tensioni finirono anche per sfociare in delle rivolte. Io non ho avuto il privilegio di attraversare la vita senza essere toccata dal razzismo o dall’omofobia, ed è anche per questo che gli Skunk Anansie hanno avuto fin dall’inizio testi così politici: erano questioni che appartenevano alla realtà in cui vivevo, non qualcosa che osservavo da lontano. Detto questo, penso che ogni artista debba essere libero di non occuparsi di temi politici o civili se non li sente davvero propri. Non può essere un obbligo: c’è chi scrive meravigliose canzoni d’amore e va benissimo così, perché la musica comprende uno spettro enorme di emozioni, esperienze e argomenti. Ma di fronte a ciò che accade oggi credo che come esseri umani siamo tutti chiamati ad avere una coscienza. Vediamo in tempo reale quello che sta accadendo in Palestina e le atrocità che si consumano davanti ai nostri occhi: puoi scegliere di non trasformarle in una canzone, ma quando assisti a qualcosa e decidi di non dire assolutamente nulla, si entra in una forma di complicità. A quel punto non parliamo più del mestiere dell’artista, ma della responsabilità dell’essere umano.
Esporsi comporta inevitabilmente un prezzo da pagare?
C’è sempre un prezzo da pagare. Non tutti amano che un artista porti la politica sul palco e naturalmente l’establishment non apprezza essere messo in discussione: preferisce che tu sia soddisfatto dello stato delle cose, perché tutto possa continuare a funzionare senza interferenze. Alla fine, almeno per me, la scelta più semplice è rimanere fedele a ciò che sono e accettarne le conseguenze.
Quale momento, in particolare, pensi abbia definito la tua identità artistica?
Prima degli Skunk Anansie avevo una band chiamata Mama Wild. Quei due anni furono, per me, una successione di errori: le performance, i look, i testi, tutto mi sembrava sbagliato. Eppure è stata proprio questa consapevolezza a rendere quell’esperienza fondamentale. Quando decisi di chiuderla e fondare gli Skunk Anansie avevo ormai capito con grande precisione ciò che non volevo più fare e mi dissi: adesso voglio fare le cose nel modo giusto. Due anni trascorsi a sbagliare mi avevano permesso di individuare con chiarezza la direzione che avrei voluto prendere.
Dopo trentadue anni di carriera, in che modo sono cambiate le dinamiche nella band?
Siamo cresciuti insieme e abbiamo condiviso praticamente ogni cosa. A un certo punto, intorno ai trentacinque anni, abbiamo iniziato a capire che non avremmo potuto continuare a vivere per sempre esattamente nello stesso modo. Ho imparato che una band è un po’ come un diamante grezzo: devi continuare a lavorarci, levigarlo e trovare il modo di farlo brillare. Poi sono arrivati i figli, le famiglie e inevitabilmente è cambiato anche il nostro modo di vivere i tour e di stare gli uni con gli altri. Ma questi ragazzi sono davvero come fratelli per me; in alcuni momenti mi hanno trattata persino meglio dei miei fratelli biologici. Si parla moltissimo degli uomini che si comportano male e molto meno di quelli capaci di essere presenti, rispettosi e generosi. Io ho avuto la fortuna di averne alcuni accanto per più di trent’anni ed è qualcosa che non voglio dare affatto per scontato.
Il vostro ultimo album, The Painful Truth, affronta in profondità questioni personali e contemporanee. Qual è stata la verità più difficile con cui avete dovuto confrontarvi mentre lo realizzavate?
Ci siamo chiesti seriamente se non fosse arrivato il momento di fermarci. Mentre scrivevamo il disco abbiamo dovuto affrontare una domanda molto semplice: se non siamo più capaci di creare nuova musica, allora che cosa stiamo facendo? Esistono gruppi che continuano ad andare in tour per moltissimo tempo affidandosi allo stesso repertorio e non c’è nulla di sbagliato, ma per me non sarebbe sufficiente. So che nel nostro pubblico ci sono persone che vengono ai concerti per ascoltare Secretly o Hedonism, ma ce ne sono altrettante interessate alle nuove canzoni. In questo tour abbiamo scelto di portare sul palco una parte consistente dell’ultimo album e vedere quei brani funzionare così bene è stato fondamentale; se non fosse successo, mi sarei chiesta seriamente: siamo ancora abbastanza bravi da meritarci il nostro pubblico e il posto che occupiamo nell’industria musicale? Realizzare The Painful Truth e testarne il successo ci ha fornito la risposta: sì.
Viviamo in un’epoca di continue ristampe celebrative. Quando guardi a dischi come Paranoid & Sunburnt, Stoosh e Post Orgasmic Chill che rapporto hai con quelle versioni di voi stessi?
Per me ognuno di quegli album è come un amico diverso e con ciascuno ho un rapporto particolare. Sono fotografie estremamente nitide di momenti precisi della mia vita: quando li riascolto riconosco immediatamente la persona che ero, ciò che stavamo vivendo e il tipo di gruppo che rappresentavamo allora. Eppure il mio disco preferito oggi è The Painful Truth. Forse è l’album che avrei dovuto realizzare dieci anni fa, ma credo sia giusto che le cose accadano quando devono accadere e va bene così.
In un momento in cui molti artisti stanno riscoprendo il proprio catalogo attraverso nuovi mix e materiali d’archivio, quanto vi interessa tornare a confrontarvi con il vostro passato discografico?
Lo abbiamo fatto con l’edizione per il venticinquesimo anniversario di Post Orgasmic Chill e mi piacerebbe molto realizzare qualcosa di simile anche con il mio materiale solista. Credo che il ritorno del vinile nasca anche dalla riscoperta del valore fisico della musica e, per molti versi, di un rapporto diverso con l’ascolto. Lo streaming può invece trasformarsi in un’esperienza più povera: non possiedi mai realmente ciò che ascolti. Mi chiedo spesso che cosa accadrebbe se un servizio decidesse di rimuovere artisti o contenuti perché non generano abbastanza interesse. È qualcosa che vediamo già nel mondo dei film e delle serie televisive: un’opera è disponibile su una piattaforma e poi improvvisamente scompare. Da qui nasce anche il desiderio di tornare a possedere qualcosa di concreto, senza dimenticare che acquistare un disco significa restituire direttamente valore a una band. C’è poi un’altra questione: affidando completamente i tuoi gusti musicali a una piattaforma, le consegni una quantità enorme di informazioni sulle tue abitudini e sarà quella stessa piattaforma, attraverso algoritmi e logiche commerciali, a influenzare almeno in parte ciò che ascolterai dopo.
Il momento esatto in cui ho scoperto gli Skunk Anansie per me coincide con l’uscita di Secretly, quando il brano e il video passavano quotidianamente su MTV. Questa canzone oggi rappresenta qualcosa di diverso rispetto a quando l’hai scritta?
Secretly appartiene a un momento preciso della mia vita, ma con il tempo ha acquisito significati che vanno ben oltre quello che potevo immaginare quando l’ho scritta. Preferisco non fissare mai il senso di una canzone in un’unica interpretazione, perché credo che ciascuno debba poterci ritrovare qualcosa di sé. Quando un brano viene pubblicato ed entra nel mondo, in qualche modo smette di appartenere soltanto a chi lo ha creato: la sua anima e le emozioni che porta con sé diventano anche di chi lo ascolta. Ed è una delle cose che trovo più belle: vedere persone diverse riconoscersi nella stessa canzone e attribuirle significati che magari io stessa non avevo previsto.
È un brano che ben rappresenta l’eredità degli Skunk Anansie?
Sì, Secretly ci rappresenta ancora oggi, così come Hedonism, Charlie Big Potato o You’ll Follow Me Down. Sono brani che spiegano anche perché siamo ancora qui: se una band riesce ad attraversare trentadue anni di carriera significa che, a un certo punto, ha creato qualcosa capace di entrare nella vita delle persone e di restarci. Questa, per me, è la nostra vera eredità: essere riusciti a lasciare qualcosa che ha toccato il pubblico e che continua ad avere un significato anche a distanza di molti anni.
Negli ultimi mesi hai condiviso il palco con Shirley Manson e i Garbage in una serie di concerti tra Europa e Regno Unito. Com’è stato ritrovarvi fianco a fianco?
È stato uno dei tour più belli della mia vita. Skunk Anansie e Garbage hanno la stessa esperienza, ma identità molto diverse, ed è proprio questo a renderci complementari. Negli anni Novanta la stampa cercava spesso di mettere me e Shirley in competizione; oggi, invece, c’è un affetto autentico. Dopo tanti anni, ciò che resta non è la rivalità, ma una vera sorellanza e un sostegno reciproco reale.
Se oggi potessi parlare con la Skin degli esordi, quella ragazza che nel 1994 stava entrando nell’industria musicale, quale consiglio le daresti?
Sono sempre stata fedele a me stessa e ho sempre lavorato duramente, cercando di fare bene il mio mestiere, ma non sono stata altrettanto capace di godermi ciò che mi stava accadendo. Per questo le direi: divertiti, goditi ogni singolo giorno. So che stai cercando di raggiungere la cima della montagna, ma lungo il percorso accadono cose bellissime e, se non impari a guardarti intorno mentre sali, rischi di perderle. Quando arrivi in vetta la vista è straordinaria, certo, ma lassù fa anche molto freddo e potresti accorgerti di aver lasciato qualcosa lungo la strada. A parte questo, non cambierei nulla.
ACE, MARK RICHARDSON E CASS LEWIS
Quali sono stati i momenti che hanno segnato davvero una svolta nel percorso della band?
(Martin Kent) Uno dei primi è stato senza dubbio il tour con i Therapy?, agli inizi della nostra avventura. Quell’esperienza ha cambiato il nostro modo di guardare al mondo e ci ha fatto capire quanto potesse essere importante sentirsi accolti e rispettati da una band con più esperienza. Per noi è stato un passaggio fondamentale di crescita. Un altro momento decisivo è stato Glastonbury: suonare lì ci ha portati a un livello diverso e ci ha permesso di conquistare un altro tipo di riconoscimento. E poi c’è stata l’esperienza del 1998, quando abbiamo suonato in Sudafrica per Nelson Mandela, in occasione delle celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno. Quella partecipazione ha reso ancora più evidente quale fosse l’identità degli Skunk Anansie. È stato un momento politicamente molto significativo per la band, non perché ci abbia trasformati in un gruppo politico – quella dimensione faceva già parte di noi – ma perché ha portato ciò che esprimevamo nelle canzoni dentro un contesto storico e simbolico di enorme portata.
Nel corso di trent’anni insieme, come sono cambiate le dinamiche interne alla band?
(Martin Kent) Ci siamo sempre piaciuti molto come persone, fin dall’inizio, e questo non è mai cambiato. Con il tempo, però, abbiamo imparato a essere più tolleranti e soprattutto più rispettosi degli spazi, dei caratteri e delle differenze di ciascuno. Dopo trent’anni insieme, conosci meglio i confini degli altri e impari a gestire le tensioni prima che diventino realmente tali.
Pensi che alcuni vostri album possano ormai essere considerati dei classici dell’alternative rock?
(Martin Kent) Non vedo nulla di negativo nell’essere definiti un classico. Per me, quella parola indica un’opera capace di attraversare gli anni senza perdere forza. Se dovessi indicare un album della nostra discografia che più si avvicina a questa idea, probabilmente sceglierei Stoosh.
Com’è stato tornare a condividere il palco con i Garbage?
(Mark Richardson) Era già successo in passato e credo che tra noi ci sia una certa affinità, anche perché Skunk Anansie e Garbage hanno conosciuto percorsi per certi versi simili, con un rapporto comparabile tra il successo ottenuto in America e quello raggiunto in Europa. Ci sono poi aspetti della vita in tour che il pubblico difficilmente vede, ma che per noi hanno un peso enorme: il backstage, le ore che precedono il concerto, gli spazi che per una sera diventano casa e che il giorno dopo vengono sostituiti da altri, e poi da altri ancora, data dopo data. A volte questa dimensione può essere persino alienante, mentre chi assiste allo show vede soprattutto la parte spettacolare, quella fatta di energia, luce e bellezza. Poter condividere anche il lato più privato e meno visibile di questa esperienza con persone che conoscono profondamente la stessa dinamica è molto confortante.
Quando siete in Italia, ci sono immagini, atmosfere o elementi della cultura del Bel Paese che finiscono per influenzare, anche indirettamente, il vostro modo di fare musica?
(Mark Richardson) Per un batterista non è così immediato tradurre una suggestione visiva o culturale direttamente nel suono dello strumento. Ci sono luoghi in cui questo legame è più evidente: penso, per esempio, al Brasile, dove le percussioni, la samba e determinate tradizioni ritmiche possono offrire stimoli musicali molto concreti. L’Italia, invece, mi sembra esercitare un’influenza più evidente sul piano della scrittura, della melodia e del modo di concepire una canzone; forse è un tipo di ispirazione che può riguardare più direttamente un autore o un interprete che un batterista. Detto questo, le immagini, le atmosfere e le sensazioni che accumuli attraversando un luogo entrano inevitabilmente nel tuo bagaglio personale. Prima o poi riaffiorano, anche quando scrivi o produci musica, magari in forme che non sono immediatamente riconoscibili.
Che cosa continua ad alimentare la vostra creatività dopo tanti anni insieme?
(Cass Lewis) Siamo quattro persone molto creative e, allo stesso tempo, profondamente diverse. Ogni volta che ci ritroviamo nella stessa stanza finiamo per creare musica: è qualcosa che accade spontaneamente e a cui, in fondo, non possiamo sottrarci. Credo che la fonte principale della nostra ispirazione sia proprio l’incontro tra le nostre differenze e l’energia che nasce quando siamo insieme.
Siete, prima di tutto, una band profondamente legata alla dimensione live. Che cosa accade sul palco che uno studio di registrazione non potrà mai ricreare?
(Cass Lewis) Prima di tutto, l’energia. L’adrenalina che arriva dal pubblico è impossibile da riprodurre all’interno di uno studio, così come il livello di connessione che si crea durante un concerto. È una sorta di circuito emotivo tra noi e le persone davanti al palco: un’energia che si alimenta da sola, canzone dopo canzone e che può esistere soltanto nell’esperienza dal vivo.
Tra i tanti passaggi della vostra carriera, quale ricordo conserva ancora oggi un valore davvero speciale?
(Cass Lewis) Ce ne sono moltissimi, ma uno dei più memorabili resta senza dubbio il momento in cui io e Skin abbiamo cantato “Happy Birthday” per l’ottantesimo compleanno di Nelson Mandela. Stevie Wonder era al pianoforte, Nina Simone cantava e accanto a me c’era Michael Jackson che cantava insieme a noi. È uno di quei ricordi che, per la sua eccezionalità, continua a sembrarmi quasi irreale.
Talent: Skunk Anansie @officialskunkanansie
Photographer: Antonio Giancaspro @agf_281
Photographer ass: Luca Fancellu @luca_fancellu_
Styling: Anna Pastore @annapastore
Stylist ass: Sara Dozio @sara_dozio @pastore.studio
Make up: Anna Maria Negri @annamarianegri @wmmanagement and Maurizio Calabrò @mauriziocalabromua using @narsissist
Make up ass: Chiara Ciliento @chiara_ciliento
Hair: Maurizio Morreale @maurizio_cm @julianwatsonagency using @bullfrog_barbershop
Hair ass: Giada Napolitano @jadanap
Journalist: Marco Torcasio @narcissus__nn






















