Milano Design Week 2026: Casaornella ha riaperto le porte del suo appartamento milanese – in Via Conca del Naviglio 10 – con Animale Sociale. Nessuno mi può giudicare, un progetto nato per superare l’idea tradizionale di abitare per trasformare la casa in un dispositivo relazionale, aperto e attraversabile.
Sotto la direzione creativa di Maria Vittoria Paggini – interior designer che nel corso della sua carriera si è aggiudicata il Premio Perego 2023, oltre ad essere inserita nei Forbes Top 100 nel 2024 – lo spazio domestico si libera da gerarchie e separazioni per diventare un paesaggio fluido, in cui soglie e passaggi sostituiscono i muri e ridefiniscono il modo in cui le persone si incontrano.
Casaornella, nata come casa privata, è oggi uno showroom permanente, un ecosistema in continua evoluzione, punto di incontro tra brand, architetti, designer e creativi.
Una piattaforma culturale dove i prodotti vengono vissuti, le aziende partner sono parte del racconto, il design non è mai fine a sé stesso, ma è pretesto, e le persone il vero cuore del progetto.
Varcata la soglia, lo spazio si apre all’incontro.
La cucina, progettata da Maria Vittoria Paggini e realizzata su misura da Turati Cucine, non separa ma connette: superfici specchianti e dettagli retroilluminati amplificano la percezione, restituendo l’impressione di uno spazio attraversato da possibilità.
È un ambiente permeabile, che accompagna naturalmente verso la zona pranzo. Qui domina il tavolo Alberto, disegnato da Maria Vittoria Paggini per Fratelli Boffi: una presenza scenica che è al tempo stesso oggetto e dispositivo percettivo.
Il piano intarsiato e riflettente frammenta lo spazio, mentre la base architettonica lo radica al suolo.
Attorno, la convivialità prende forma tra sedute geometriche di Nocina (sempre firmate da Fratelli Boffi) e una figura umana a grandezza naturale, opera di Tatiana Brodatch e Xenia Axelrod, seduta in silenzio, sospesa tra presenza e racconto.
La tavola si anima con Selvatica, la collezione ceramica sviluppata da Casaornella e Cerasarda (e disegnata da Maria Vittoria Paggini) in cui figure femminili, animali simbolici ed elementi vegetali costruiscono un immaginario archetipico. Ogni piatto porta inoltre il nome di una donna e una breve frase, trasformando la tavola in una composizione di presenze.
Anche il pavimento partecipa a questa narrazione: le superfici ceramiche Mosaiques di Cerasarda disegnano una continuità visiva che accompagna il passaggio tra gli ambienti, mutando da geometrie nette a vibrazioni più morbide.
Lo spazio continua senza interruzioni, ma il ritmo cambia.
Il grande divano Les Baguettes di Softhouse definisce un’area di conversazione all’interno di un ambiente aperto, mentre la parete ceramica floreale, firmata da Serenissima (parte del Gruppo Romani), introduce profondità materica e trattiene lo sguardo.
I tavolini Toy Boy e i coffee table Thelma e Louise – parte della capsule collection Motel disegnata da Maria Vittoria Paggini per Softhouse – punteggiano lo spazio insieme alle poltrone Duetto e Huit Huit.
La luce interviene a modellare i volumi: le lampade della collezione Controverso di Corpoluce, con paralumi cuciti e ricamati a mano, e le sospensioni Lame in ottone e vetro opalino di Fotone Design, sono anch’esse presenza narrativa. Ogni elemento esprime un carattere e una possibilità di racconto.
Uno degli elementi più significativi del progetto è il lavoro sulle superfici verticali e sui soffitti, che diventano veri e propri campi espressivi.
Le decorazioni pittoriche firmate da Michele Chiocciolini, realizzate da Gouache con colori Kerakoll, affiorano sopra lo spazio come presenze leggere ma decisive. Non si impongono come elemento decorativo tradizionale, ma agiscono come estensione atmosferica dell’architettura.
Gli affreschi sul soffitto dialogano con la luce e con le superfici riflettenti, amplificando la percezione verticale dello spazio e trasformando il soffitto in una quinta narrativa. Il risultato è un ambiente immersivo, in cui pittura e interior design si fondono senza soluzione di continuità.
Questo approccio si ritrova anche nei bassorilievi della sala da bagno: qui la materia si ispessisce, diventando tattile e profonda, mentre gli specchi ne moltiplicano la presenza. La decorazione non è mai accessoria, ma parte integrante della costruzione spaziale. Uno dei passaggi più sorprendenti è poi quello verso la sala da bagno, concepita come un’estensione naturale della zona giorno. Qui emerge Matteo, il mobile lavabo disegnato da Maria Vittoria Paggini per Fratelli Boffi: un elemento ibrido, a metà tra architettura e arredo, che definisce lo spazio con la sua presenza scultorea.
Il bagno si configura come un vero e proprio “salotto d’acqua”, in cui ceramiche, specchi e superfici decorate costruiscono un ambiente sofisticato e immersivo.
I bacini Montecatini disegnati da Gio Ponti per Mamoli Milano, nella tonalità del verde, dialogano con la rubinetteria Gio Ponti in ottone spazzolato. Ai lati, le applique Fotone Design disegnano la composizione luminosa, mentre gli specchi a parete riflettono i bassorilievi della parete opposta, opera di Gouache con stucchi decorativi Kerakoll, moltiplicando profondità e materia.
Una composizione che prosegue lungo tutta la parete accompagnando verso la toilette, mentre il pavimento in ceramica della linea Porto Rotondo di Cerasarda, nei toni dell’azzurro smeraldino, introduce una trama minerale che cambia a seconda della luce del giorno.
Qui vive una dimensione più intima, con superfici che virano verso un ottanio profondo lucido mentre texture e accenti metallici introducono una vibrazione più raccolta. Elemento chiave il lavabo nero Montecatini di Mamoli Milano, in dialogo con la rubinetteria Joe Colombo, che conferisce un accento cromatico deciso con il suo giallo mustard.
La continuità spaziale conduce alla zona notte, dove l’atmosfera cambia radicalmente. Qui la carta da parati tortoise di Rumore avvolge pareti e soffitto in un gesto immersivo, mentre il pavimento riflettente in ceramica lucida color zaffiro amplifica la luce creando un effetto liquido.
Al centro, il letto rivestito in ceramica diventa una presenza inattesa e la cassettiera in legno intarsiato di Ferruccio Laviani per Fratelli Boffi conferisce una nota pop all’ambiente.
Sopra, l’opera di Alessandro Florio – una figura antropomorfa con testa animale – introduce una tensione narrativa tra identità e istinto, coerente con il tema del progetto.
Lungo tutto il percorso, arte e design convivono senza gerarchie: dalle opere di Ludovica Lugli alle sculture di Sébastien Nôtre, fino agli interventi diffusi che abitano lo spazio come presenze silenziose.
Anche l’esperienza sensoriale si estende oltre il visivo: con la fragranza firmata da Narici Milano, creata appositamente per Casaornella, che costruisce una dimensione olfattiva coerente, e Parco 1923, con i suoi saponi per le mani ispirati ai paesaggi d’Abruzzo, nella variante Scarpetta di Venere.
Mentre il food & wine – con realtà come Laboratorio Niko Romito, Armatore Cetara, i vini di Feudi San Gregorio, i rossi di Montalcino della cantina Mastrojanni, l’acqua Chiarella, il Caffè Trucillo e i gelati artigianali di Emilio Maratea – diventano parte integrante dell’ospitalità.
A muoversi nello spazio sono anche i corpi che lo abitano. E anche l’abbigliamento entra nel progetto: Sartoria Latorre accompagna chi attraversa Casaornella con una selezione di abiti classici trasformandoli in presenze attive nello spazio, ognuna riconoscibile attraverso un dettaglio unico.
Animale Sociale non è semplicemente un allestimento, ma una dichiarazione di intenti. Lo spazio domestico non è più pensato per separare, ma per accogliere. Le porte scompaiono, le soglie diventano strumenti progettuali e la casa si trasforma in un organismo vivo, capace di adattarsi e rispondere alle relazioni che la attraversano.
In questa visione, Casaornella si conferma come uno dei luoghi più interessanti della scena contemporanea: non uno showroom, ma un’esperienza. Non una casa da osservare, ma da vivere. E forse è proprio qui il senso più profondo del progetto: ricordare che abitare, in fondo, non è mai un atto solitario.











