Alpha Yaya racconta il design come linguaggio emotivo, tra New York, cultura visiva e oggetti pensati per interrompere la neutralità contemporanea.
“There is so much design around us, it’s up to us to notice it.” Così racconta Alpha Yaya (@basedalpha), founder di May (@may__now), un brand di product design fondato a New York insieme al socio Moses Petros (@droophead).
Per Alpha, prima ancora di un nome o di una forma, esiste un modo di guardare le cose: non come prodotti isolati, ma come elementi di un linguaggio che ci circonda ogni giorno. Il peso di una forchetta, la forma di un campanello, i sedili di una fermata dell’autobus; una grammatica fatta di dettagli spesso invisibili, che definiscono il modo in cui abitiamo lo spazio.
È da questa attenzione ai dettagli, mai dati per scontati, che prende forma May. L’idea alla base è lineare, ma radicale nella pratica: creare oggetti con una personalità propria che non si limitino a occupare uno spazio funzionale, ma che entrino in relazione con chi li usa. Pezzi che diventino riconoscibili, quasi narrativi.
In un contesto in cui molti spazi contemporanei tendono a uniformarsi – tra coffee shop, librerie e retail – May si muove nella direzione opposta, cercando un linguaggio che interrompa questa neutralità diffusa. L’osservazione ritorna spesso nelle parole di Alpha, in forma di domanda ironica, ma centrale: perché tutto finisce per assomigliare a un Apple Store? Dietro questo c’è una convinzione precisa: l’emozione come prima, e forse unica, unità di misura.
Moda, design e cultura visiva condividono lo stesso territorio e gli oggetti non sono solo funzionali o estetici, ma strumenti capaci di attivare una risposta e ridefinire la percezione che il nostro corpo ha di uno spazio. In questo senso, gli oggetti di May non cercano solo di essere belli o funzionali, ma di generare una reazione. Alpha li descrive come “conversation starters”: presenze capaci di interrompere la neutralità di uno spazio, attirare l’attenzione e creare un rapporto emotivo con chi le incontra.
Uno degli oggetti che meglio racconta questo intento nasce nell’estate del 2022, nel salotto di un appartamento a Parigi, da un incontro tra Alpha e Moses – che si conoscono già da tempo, ma che non hanno ancora iniziato a lavorare insieme.
Moses, 3D visual artist, immagina Alpha come un personaggio dei cartoon e pochi giorni dopo gli mostra uno sketch: una rielaborazione del celebre scatto Raising the Flag on Iwo Jima di Joe Rosenthal, in cui i soldati sono sostituiti da Alpha che, al posto della bandiera americana, regge un bastoncino d’incenso. Per caso, per scherzo o per intuizione, Alpha ci vede qualcosa e traduce lo schizzo in un oggetto vero e proprio, qualcosa che non resti semplice immagine ma che diventi presenza nello spazio. Tanti piccoli “Alpha” sorreggono un bastoncino di incenso e altrettanti reggono il relativo posacenere ispirato alle coperte utilizzate nei salti d’emergenza dagli edifici in fiamme.
Il tempo, però, è un tema necessariamente centrale nel progetto. La cultura visiva si muove veloce, mentre la produzione di oggetti richiede lentezza. May si colloca esattamente dentro questa frizione: le idee possono nascere in modo immediato, ma la loro realizzazione richiede mesi, a volte anni. Alpha descrive questo processo come un equilibrio continuo tra la creazione di oggetti pensati per durare nel tempo e il desiderio di incorporare riferimenti appartenenti al presente. Da una parte l’influenza del radical design italiano, dall’altra immagini, personaggi e frammenti della cultura pop contemporanea che entrano direttamente negli oggetti di May, come nel caso del Sexyy Red oven. Il problema, racconta Alpha, è che la cultura si muove molto più velocemente della produzione materiale, ed è proprio in questa distanza temporale che il progetto cerca ogni volta di trovare il proprio equilibrio.
Il progetto è autofinanziato, senza investitori esterni, e questo rende ogni decisione più lenta, pesata e inevitabilmente più consapevole. Per questo, l’idea dell’Incense holder, realizzato in resina e ricoperto di metallo, viene sviluppata nel corso di quasi quattro anni e assume la sua forma definitiva solo nel 2025.
Ad oggi, Alpha lo descrive come un processo casuale nella sua origine, ma rivelatore del modo in cui May ogni giorno si costruisce: immagini che nascono in modo informale e quasi casuale e che nel tempo diventano oggetti reali, riconoscibili ed evocativi.
“EACH PIECE IS PAINTED BY HAND, FINISHINGS may HAVE SLIGHT VARIATIONS”: così si legge sul sito di May. Una frase semplice e quasi tecnica che però racconta molto del progetto. Ogni oggetto attraversa un processo lento, fatto di aggiustamenti continui, lavorazione manuale e attenzione materiale, lontano dalla logica della produzione standardizzata. In questo senso, le variazioni tra un pezzo e l’altro non vengono trattate come un valore estetico da rivendicare, ma come una conseguenza naturale del modo in cui gli oggetti prendono forma. New York, in tutto questo, non è solo uno sfondo ma una presenza costante. Alpha racconta di aver sempre vissuto la città come un parametro con cui confrontarsi quotidianamente. Non in termini competitivi ma, piuttosto come esposizione continua a persone capaci di produrre lavoro ad altissimo livello. Prima ancora della nascita di May, guardarsi intorno significava misurarsi con quella qualità e sentire la necessità di raggiungerla o superarla. È un’attitudine che, ancora oggi, definisce il modo in cui affronta il lavoro: dare il massimo ogni giorno, senza lasciare spazio alla mediocrità.
ATTICUS TORRE
Verso la fine della conversazione emerge poi un nome che Alpha cita con particolare attenzione: @atticustorre, figura che considera centrale all’interno della scena creativa newyorkese e che negli anni ha influenzato profondamente il suo immaginario. Il lavoro di Torre ruota attorno a un universo visivo estremamente riconoscibile, costruito e approfondito nel tempo attraverso il personaggio “Espionage” – o “Espy Onaj”. Un mondo che prende in prestito elementi dai cartoon classici americani – da Mickey Mouse a Felix the Cat fino a Pepé Le Pew – e li rielabora attraverso l’airbrush applicato ad abiti, accessori e oggetti.
Nonostante le collaborazioni con realtà come Stüssy, Awake NY e Carhartt, la sua pratica non sembra definirsi attraverso i brand con cui lavora. Lo stesso linguaggio visivo viene portato avanti da anni e modificato gradualmente senza mai essere abbandonato. Un processo di espansione continua in cui ogni nuovo pezzo aggiunge qualcosa all’immaginario già esistente anziché sostituirlo. Negli ultimi anni questo approccio si è trasferito anche nello spazio pubblico. Attraverso una serie di viaggi negli Stati Uniti, Torre ha trasformato il momento della personalizzazione in un evento aperto e collettivo: chiunque può portare un oggetto e vederlo trasformarsi sul momento, all’interno di quella che lui definisce “Outreach Experience”. La pratica artistica smette così di essere soltanto produzione di immagini e diventa anche incontro, scambio e performance. In una città come New York, dove tutto tende a muoversi rapidamente e dove molti linguaggi creativi nascono e si esauriscono nel giro di poco tempo, questa continuità assume un valore particolare. Ed è proprio questo che colpisce Alpha: la capacità di costruire un immaginario coerente nel tempo, continuando ad espanderlo senza disperderne l’identità.
Project: Sofia Spini e Giorgia Calia @sofispini e @giorgiaacaliaa
Words: Giorgia Calia @giorgiaacaliaa











