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Apostolis Dimitropoulos: oltre il campo da gioco

Dalle videocassette guardate con suo padre al caos di Atene, il lavoro di Apostolis Dimitropoulos riporta il calcio alla sua materia originaria: immagini, ricordi ed emozioni.

Il calcio, prima di diventare una statistica, per Apostolis Dimitropoulos (@apostolisdimitropoulos) è stato una videocassetta guardata insieme a suo padre. Da questo gesto inizia il suo archivio personale: le immagini con cui è cresciuto, i giocatori degli anni Novanta e Duemila, momenti capaci di imprimersi nella memoria a prescindere dal risultato di una partita. Nei suoi disegni quelle immagini tornano, ma perdono la distanza della cronaca sportiva. Diventano intime, istintive, a tratti infantili.
Apostolis non ricorda un momento preciso in cui abbia capito che il calcio poteva diventare un linguaggio artistico. Ancora oggi fatica a separare la pratica dalla passione da cui è nata. “Non sono ancora sicuro di averlo realizzato. Mi accompagna soprattutto una sorta di ingenuità emotiva: lo faccio perché lo amo, non perché sto inseguendo qualcosa”. È proprio questa ingenuità a definire il suo sguardo. Il calcio non viene osservato da fuori né trasformato in un soggetto da studiare: è qualcosa che conosce da sempre e a cui continua a reagire emotivamente.

La memoria, del resto, non conserva tutto con lo stesso peso. Trattiene un’espressione, un gesto, una divisa, il modo in cui un corpo occupa il campo. Alcune immagini scelte da Apostolis appartengono già alla storia collettiva del calcio; altre custodiscono qualcosa di meno evidente, difficile da spiegare, ma abbastanza forte da innescare il disegno. “Deve esserci qualcosa che mi spinga a creare. Le situazioni noiose non fanno decisamente per me”, racconta. Non cerca necessariamente l’azione perfetta: cerca un’immagine che continui a muoversi anche quando la partita è finita.
Il suo immaginario torna spesso agli anni Novanta e Duemila perché è lì che si è formato il suo rapporto con il gioco: “Per me è sicuramente nostalgia. Sono ricordi con cui sono cresciuto, sentimenti incisi dentro di me che niente può cambiare”. Il passato, nel suo lavoro, non è una citazione scelta a posteriori, ma un’esperienza vissuta. Apostolis osserva però con lucidità il ritorno contemporaneo di quell’estetica: se per lui nasce dalla memoria, oggi la nostalgia viene spesso riattivata anche per ragioni commerciali.

Negli ultimi anni, proprio quell’immaginario calcistico ha superato i confini dello sport. Maglie, immagini d’archivio, giocatori e cultura da stadio sono entrati con decisione nella moda e nel design, raggiungendo anche chi prima non prestava loro attenzione. Apostolis ha osservato questo passaggio da una posizione particolare: lavorava già con quei riferimenti quando interessavano ancora un pubblico più ristretto. Oggi li vede “ovunque”, al centro dell’attenzione delle grandi maison e di un pubblico nuovo. Per lui, però, quei riferimenti precedono la tendenza: sono le immagini con cui è cresciuto.
La differenza sta anche nel modo in cui Apostolis utilizza quelle immagini. In un momento in cui il calcio viene raccontato attraverso dati, prestazioni e una produzione continua di contenuti, preservarne la parte umana è diventato il centro della sua ricerca.
“È la mia preoccupazione principale: mantenere esattamente questo elemento, perché il calcio, come tutti gli sport, per me è un insieme di emozioni”. Nei suoi disegni rimane tutto ciò che i dati lasciano fuori: l’attesa, la tensione, l’euforia, la delusione e il legame personale che trasforma un’immagine sportiva nel ricordo di un periodo della propria vita.

È anche per questo che i suoi disegni riescono a parlare a chi non segue il calcio. Non è indispensabile conoscere il giocatore o ricostruire il momento preciso. A volte Apostolis parte da scene entrate nella memoria comune per ragioni che superano la partita; altre volte segue il punto in cui il calcio incontra un altro suo interesse, come la moda. “In generale, dipingo tutto ciò che mi interessa”, dice. Il calcio resta il centro del suo lavoro, ma non ne stabilisce i confini.

Anche Atene fa parte di questo archivio personale. È la città in cui Apostolis ha iniziato a guardare le partite con suo padre e in cui continua a vivere e lavorare. Atene, dice, ha un “battito” che ha influenzato il suo modo di disegnare.
Quando gli si chiede di tradurre Atene nell’atmosfera di una partita, sceglie una sola parola: “Caos”.
Rumore, confusione e immagini intense convivono con momenti di quiete improvvisa. “È un contrasto di emozioni. In fondo è questa la sua magia, e io non mi sposto da qui”.
Quel contrasto ritorna anche nei suoi lavori.

Il calcio è collettivo, ma Apostolis lo racconta quasi sempre attraverso un gesto o un ricordo personale.

Project: Sofia Spini e Giorgia Calia @sofispini e @giorgiaacaliaa
Words: Giorgia Calia @giorgiaacaliaa