C’è una foto degli anni Trenta in cui il nome di un sarto berlinese compare accanto a quello di Elsa Schiaparelli nei titoli di coda di un film. Si chiamava Joe Strassner e fu lui a inventare i primi tuxedo da donna. Schiaparelli la conoscono tutti; di lui, oggi, non è rimasto quasi nulla, nemmeno il nome.
Quella stessa asimmetria – richiamata non a caso da GmbH per il proprio decimo anniversario – attraversa la sesta edizione di INTERVENTION, la piattaforma di moda e cultura curata da Mumi Haiati che, dal 2 al 5 luglio, ha attraversato Berlino tra Schinkel Pavillon e Kronprinzenpalais. Perché la domanda al centro di questa edizione – cosa resta di autentico in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale può replicare quasi tutto – è in fondo la stessa che la storia di Strassner pone da un secolo: cosa scegliamo di ricordare e perché.
Per capire da dove nasce questa edizione e, quale idea di moda la sostiene, abbiamo incontrato Mumi Haiati, fondatore e CEO di Reference Studios e ideatore di INTERVENTION.
Guardando indietro, qual era l’idea originaria di INTERVENTION e come si è evoluta nel tempo?
“È nata da un’ambizione semplice: valorizzare la Berlin Fashion Week creando una piattaforma internazionale per la moda. Sei edizioni dopo, la vediamo come un formato scalabile, capace di rafforzare le industrie locali e connetterle alla conversazione globale“.
Cosa significa oggi creare qualcosa di davvero autentico?
“Non significa essere diversi per il gusto di esserlo, ma creare qualcosa che non potrebbe venire da nessun altro. In un mondo in cui l’IA può imitare quasi tutto, l’esperienza vissuta e il punto di vista diventano il nostro vantaggio più grande. L’originalità è la valuta più preziosa“.
Prima della passerella, INTERVENTION VI si ferma allo Schinkel Pavillon, dove Shayne Oliver festeggia vent’anni di carriera con MUSEUM: non il proprio archivio, ma una selezione di capi vintage recuperati su eBay, gli stessi codici visivi da cui è nato Hood By Air.
“Gli archivi ci ricordano che le grandi idee non scadono“, racconta Haiati a proposito del progetto. “Guardare indietro non è nostalgia: significa capire quali idee continuano a influenzare ciò che verrà“.
In passerella: quattro designer, quattro collezioni, quattro prospettive
Il 5 luglio al Kronprinzenpalais si sono susseguite quattro sfilate -Dagger, Martin Quad, John Lawrence Sullivan by Arashi Yanagawa e GmbH – intervallate dalle performance del polistrumentista berlinese Braths.
Dagger
Luke Raine ambienta la SS27, Lifestyles of the bored and disenfranchised, nella cittadina costiera della propria adolescenza, tra luna park e scena skate dei primi anni Duemila. È una collezione che parla di “prime volte” – il primo lavoro, il primo bacio, la prima sigaretta – e di walks of shame che si trasformano in walks of liberation. A fine sfilata, Raine compare con una T-shirt che recita: EMPLOY WORKING CLASS KIDS.
Qual era l’interrrogativo di questa stagione? “Come posso spingermi oltre? Volevo dimostrare che posso fare bei vestiti capaci di colpire anche da vicino, senza affidarmi alla messa in scena. Non ho una formazione classica: ho lavorato nel retail per gran parte della mia vita e continuo a imparare il mestiere“.
Quale conversazione speri apra questa collezione? “Le professioni della moda sono sempre state dominate dalle classi alte. Per ragazzi come me è difficile entrarci, eppure la moda è ossessionata dall’estetica working class, spesso feticizzandola. Meritiamo di raccontare le nostre storie”.
Completa la frase: “La moda oggi ha bisogno di più ___ e meno ___”. “Di più ragazzi working class e meno nepo babies”.
Martin Quad
Con Woodman Pt. 2, Martin Quad rimette in scena la SS27, già presentata a Milano, trasformandola in una coreografia operistica ispirata a Francesca Woodman. I capi vengono duplicati, invertiti e frammentati attraverso manipolazioni della sartoria classica, tra giacche che drappeggiano sopra i fianchi e cappelli in feltro che oscurano il volto, costruendo una figura sospesa tra presenza e assenza.
Qual era l’interrogativo di questa stagione?
“Come possiamo trasformare la sartoria senza perderne l’integrità? Ho lavorato specchiando e ruotando forme familiari finché non hanno iniziato a comportarsi
diversamente: un’indagine su come un capo possa essere ricostruito dall’interno”.
Quale conversazione speri apra questa collezione?
“Che i vestiti possano portare idee, non solo comunicare gusto. Mi interessa ciò che succede quando uno show ti lascia con una domanda invece di un’impressione”.
Completa la frase: “La moda oggi ha bisogno di più ___ e meno ___”.
“Più niente e meno di tutto”.
John Lawrence Sullivan by Arashi Yanagawa
Arashi Yanagawa intitola la SS27 Androgyny: forza e fragilità, mascolinità e femminilità convivono senza risolversi. Ispirandosi a Modern Lovers di Bettina Rheims, capi del guardaroba maschile passano al womenswear e viceversa. Il concetto giapponese di shibari attraversa giacche percorse da nastri ispirati alle opere bondage di Nancy Grossman, mentre pelle di pitone e stampe rettile ricorrono come una seconda pelle.
Qual era l’interrogativo di questa stagione?
“E se la moda smettesse di definire il genere e incoraggiasse invece la curiosità? Volevo esplorare lo spazio tra mascolinità e femminilità come qualcosa di fluido, non come due opposti”.
Quale conversazione speri apra questa collezione? “Che le persone mettano in discussione le regole invisibili che accettiamo senza pensarci. La moda ha il potere di sfidare le convenzioni”.
Completa la frase: “La moda oggi ha bisogno di più ___ e meno ___”. “Più curiosità e meno certezza”.
GmbH – Benjamin A. Huseby & Serhat Işik
SS27, decimo anniversario del marchio: il duo guarda alla Berlino degli anni Venti e al suo mondo della moda cancellato dal nazismo, la stessa storia da cui viene Joe Strassner, il sarto citato in apertura, innestando pezzi d’archivio originali negli archetipi sportswear di GmbH.
Qual era l’interrogativo di questa stagione?
“Come possiamo festeggiare il nostro anniversario senza cadere nella nostalgia auto-indulgente?“.
Quale conversazione speri apra questa collezione?
“Sulla questione: cosa si perde quando lasciamo che i politici ci trascinino in guerre infinite dando la colpa alle minoranze per il peggioramento della vita di tutti”.
Completa la frase: “La moda oggi ha bisogno di più ___ e meno ___.”
“Più tempo per la riflessione e meno di tutto il resto.”
Il senso di tutto questo
Ha ancora senso parlare di “industria della moda” o siamo ormai dentro un ecosistema culturale più ampio?
“La moda è diventata un medium – spiega Haiati – I brand più rilevanti non creano solo prodotti: plasmano conversazioni e comunità. Per questo i confini tra moda, arte, musica e design sono sempre più fluidi.”
Tra dieci anni, cosa vorresti restasse di INTERVENTION?
“Il fatto che abbia aperto porte, dato ai designer emergenti la stessa piattaforma dei nomi affermati, e aiutato Berlino a diventare una città dove l’originalità viene premiata.”
È lo stesso filo che lega Strassner all’archivio di Julia Schwarz, i capi recuperati su eBay da Oliver alle t-shirt di Raine, la sartoria capovolta di Juncker alla riflessione sul genere di Yanagawa: l’esperienza vissuta come unica cosa che l’IA non potrà mai replicare e l’archivio come strumento per immaginare il futuro, più che come luogo della nostalgia.
Digital Content Director: Nicola Pantano @nicolapantano_













