Attrice, performer, musicista e ricercatrice artistica, Linda Messerklinger è una di quelle interpreti che sfuggono alle definizioni. Il suo percorso attraversa cinema, teatro, danza e performance senza mai fermarsi a un solo linguaggio, seguendo una ricerca che mette al centro la trasformazione, la creatività e il rapporto profondo tra arte e natura. In questa conversazione ci racconta il suo modo di vivere la recitazione, il valore degli incontri che hanno segnato il suo cammino, il progetto ANIMA_L e una visione del fare artistico come esperienza collettiva, capace di lasciare un segno tanto in chi crea quanto in chi guarda.
Ciao Linda, conosciamo un po’. Chi è Linda Messerklinger oggi?
Oggi mi sento più coraggiosa, nel senso che mi sono liberata di una serie di paure che mi trattenevano dal seguire fino in fondo il mio cuore. Mi sento più in contatto con la sua intelligenza potentissima, perché il cuore ha un suo intuito, un suo istinto e, soprattutto, una
sconfinata creatività. Sono molto curiosa di scoprire dove mi porterà.
Hai iniziato teatro da giovanissima. Come è nato questo percorso e quali studi – e incontri – sono stati fondamentali per la tua formazione?
Ho iniziato da subito a sperimentare varie forme di espressione e creatività. A tre anni ho chiesto di essere iscritta a un corso di danza: adoravo ballare e spesso lo facevo per conto mio. A casa c’era sempre tanta musica: mia madre suonava il contrabbasso e il pianoforte e cantava Conte, Brassens e De André, mentre mio padre metteva sul piatto i suoi vinili. Si ascoltava davvero di tutto. Il teatro, invece, è arrivato già ai tempi della scuola materna. Noi bambini, insieme ai genitori, facevamo parte di una compagnia teatrale ed era un’esperienza bellissima e molto divertente. Con il tempo ho sempre portato avanti parallelamente questi due percorsi, la danza e il teatro. Poi, intorno ai quattordici anni, ho sperimento la macchina da presa e ho sentito un’attrazione fortissima verso quel mondo e verso un certo tipo di cinema. Mi viene in mente “La fille sur le pont” (Patrice Leconte, 1998, ndr) ad esempio, così come “Il quinto elemento” (Luc Besson, 1997, ndr) o ancora “Dancer in the dark” (Lars von Trier, 2000, ndr). Figure femminili da cui rimanevo profondamente incantata. Se penso, invece, agli studi e agli incontri fondamentali per il mio percorso, mi vengono in mente maestri come Marcel Marceau, Elizabeth Kemp, Alejandro Jodorowsky, Mary Setrakian, Michael Margotta. Ma ci sono stati anche molti incontri – e studi – che, pur non avendo direttamente a che fare con l’arte della recitazione, mi hanno arricchita moltissimo ed ampliato ancora di più la mia visone. Penso, ad esempio, ai maestri di yoga, di aikido o con terapeuti di varie discipline.
sx, vestito lungo in jersey Angelica Montini; dx, pantalone e T-shirt Intimissimi
Sei un’artista poliedrica che attraversa una moltitudine di mondi, tra cinema, teatro, musica e performance. C’è un linguaggio che senti particolarmente vicino alla tua identità oppure li consideri semplicemente strumenti diversi per raccontare la stessa storia?
Sì, per me sono mondi comunicanti. Sono aperta ad attraversarli, collaborando con registi, musicisti, autori, attivisti, filosofi, scrittori, pittori, e artisti senza troppe definizioni. Quando sento il desiderio di raccontare una determinata storia, esplorare un paesaggio, approfondire un tema oppure, semplicemente scoprire come sarebbe creare qualcosa insieme a una determinata persona, se percepisco risonanza e bellezza, allora mi accendo.
Pensi che le piattaforme, oggi, abbiano cambiato il modo di recitare o solo il modo in cui si viene guardati?
Mi pare che quello che stia cambiando sia soprattutto il modo di scrivere e di produrre – e di conseguenza il fatto che questo impatti molto sulla recitazione. Allo stesso tempo, però, non credo sia corretto generalizzare e, personalmente, non ho ancora una visione abbastanza ampia su questo. Per me ciò che conta davvero è che si creino una squadra e un’atmosfera professionale in grado di far decollare la creatività. Non mi piace quando, invece, si avverte quella sensazione da catena di montaggio, quando manca un’intenzione comune forte, luminosa, che guidi tutta la crew verso un risultato collettivo. Penso che raccontare una storia insieme – che sia un film o una serie – sia un’occasione per uscirne tutti un po’ trasformati, un rito per ampliare la propria visione del mondo. E in questo gli attori sono dei catalizzatori potenti, in qualche modo incarnano un processo che, però, è collettivo. Il rischio con le piattaforme e i social, forse, è che gli attori siano percepiti più come status symbol piuttosto che come agenti di trasformazione. Forme di fruizione come la sala cinematografica o il teatro creano un contatto più profondo con l’opera e con gli attori, perché innescano processi radicalmente differenti e più potenti, secondo me. Già solo entrare tutti insieme al buio in sala, in silenzio, genera qualcosa di onirico, ancestrale, metamorfico, che sullo schermo di un telefonino o a casa su pc o tv si perde.
sx, Vestito All’Italiana; dx, look Angelica Montini
Qual è la difficoltà, se c’è, di passare da un ambito artistico all’altro?
La difficoltà sta nel fatto che vorrei imparare tutto, poter approfondire verticalmente i vari ambiti in cui mi muovo trasversalmente. E poi il fatto di spiegare a parole quello che faccio e che provo, dargli un nome, etichettarlo quando mi viene richiesto. Detto questo, mi sono accorta che, alla fine, incontro spesso persone che parlano la mia lingua, anzi tante lingue diverse, e attraversano molteplici mondi.
Hai lavorato con registi molto diversi tra loro. Cosa cerchi in un personaggio prima di decidere di interpretarlo?
Non lo so, è qualcosa che mi succede quando leggo il copione la prima volta. Brividi che sorgono, sgorgano.
Lontano dai riflettori, si esce davvero dal personaggio o resta qualcosa che continua a lavorare sottopelle?
Per me il personaggio non è tanto qualcosa in cui si entra o si esce. È come un campo magnetico a cui si accede e nel quale ci si muove, e che comunica con altri campi. Mi alleno ad entrare in stati diversi, che sono quello in cui il personaggio agisce in una scena, sul set o sul palco, ed altri in cui il personaggio vive fuori dalla scena, che posso esplorare in totale libertà. Questo è un aspetto meraviglioso di questo mestiere, l’unicità creativa di ogni processo. É strano pensare di creare una linea netta di divisione fra vita e racconto. Sempre di più, vedo la vita stessa come uno scenario in cui ogni istante è scandito da occasioni di crescita, scoperta, continue rivelazioni. Incarnare presenza, cura, amore, visione, trascendenza e ogni momento è la chiave di accesso all’espansione creativa che cerco. È una chiave di libertà che tiene insieme tutto.
Look Angelica Montini
ANIMA_L è il progetto che oggi senti più vicino alla persona che sei diventata? Ci spieghi bene di che cosa si tratta?
ANIMA_L è un progetto multimediale, l’idea centrale è quella di creare esperienze che possano potenziare il senso di comunione inter-specie nell’essere umano, innescando processi di azione concreta per proteggere l’ecosistema di cui siamo parte, tornando a percepire la Natura come qualcosa di vivo e connettendoci all’“Anima Mundi”, agli animali, alle piante ai minerali, agli oceani e ai vulcani.
La moda è spesso una forma di racconto. Ti diverti a utilizzarla come estensione della tua personalità artistica o la vivi come un elemento separato dal tuo lavoro?
Gli abiti sono fondamentali, una parte importantissima del gioco. L’energia dei colori, delle forme, dei tessuti e dei simboli è potentissima: sono tutti veicoli di informazioni ed emozioni. Per chi come me gioca a trasformarsi, sono degli alleati imprescindibili, direi.
Sul red carpet o in un servizio fotografico, cosa conta di più per te: eleganza, personalità o sperimentazione?
Sperimentazione.
sx, T-Shirt Intimissimi; dx, vestito All’Italiana
C’è uno stilista, un’epoca o un’estetica che senti particolarmente vicini al tuo gusto?
Non saprei, per me una delle grandi qualità della moda è proprio creare collegamenti fra epoche diverse, rivisitare e trasformare archetipi, reinventarli. Adoro ad esempio quando nel cinema i costumi d’epoca sono mostrati in una versione innovativa, oppure quando si inventano scenari onirici o fantascientifici e i costumi diventano un esercizio di libertà e creatività formidabile. Aprono porte dell’immaginazione.
Credi ci siano delle storie che il cinema italiano dovrebbe raccontare con maggiore coraggio o, al contrario, pensi che stia facendo il suo?
Non ho una visione così completa del cinema italiano, guardo i film per passione nei confronti di registi o attori o storie, oppure per la sua capacità di creare incontri, come ai festival. Non seguo la scena contemporanea in maniera sistematica, quindi molti autori magari non mi capita neanche di scoprirli. Le storie che scelgo di raccontare sono importanti, per me devono essere un po’ “urgenti”, mi piace quando si sente che la posta in gioco è alta, che l’ispirazione diventa anche un po’ mistica. Per me un regista è qualcuno che rivela, vede in un modo non comune. Spesso non è tanto la storia in sé, ma come viene raccontata, a renderla potente.
Cosa senti tu stia raccogliendo di più oggi come artista: esperienze, emozioni, competenze o nuove sfide?
Sento che tutte le categorie che hai citato sono interconnesse e cooperanti in ciò che sto vivendo. Sono grata del cammino fatto finora, curiosa del futuro, consapevole che c’è tanto che si sta schiudendo, rivelando, manifestando. Sono appena tornata dal festival “Ray Of Light” a Ibiza, che crea convergenza fra artisti, pensatori, produttori, attivisti, nativi da tutto il Mondo, una vera potenza. Con alcuni di loro sono nati rapporti davvero speciali. Il senso di integrità e, al contempo, di espansione massima che sento in questa fase del mio percorso mi emoziona molto.
Look Angelica Montini
Talent: Linda Messerklinger @lindamesserklinger
Photographer: Gianluca Fontana @gnlfontana
Stylist: Assia Pesenti @assiapesenti
Publicist & Pr: MPunto Communication @mpunto_comunicazione












