FASHION

CLOSE TO BIRTHH

Total look Onitsuka Tiger
Mobile Birthh
Total look Sportmax

C’è una linea sottile che unisce una notte a Brooklyn, una canzone di Battisti e il desiderio di trovare i propri simili. È lì che vive @woabirthh.
Cantautrice, produttrice e instancabile osservatrice delle emozioni umane, Birthh costruisce la sua musica come si costruisce una scena cinematografica: partendo da un’immagine, da una sensazione, da una ferita ancora aperta. Con Senza Fiato racconta il passaggio all’età adulta, la libertà di stare bene da soli e la ricerca di un’appartenenza autentica. In un tempo ossessionato dalla perfezione Birthh sceglie la vulnerabilità, l’errore e tutto ciò che ci rende profondamente umani.

Chi è Birthh e cosa ti ha portato a costruire questo progetto artistico?
È sempre strano parlare di sé in terza persona.
Sono una ragazza a cui piace moltissimo scrivere canzoni, nerd e smanettona: passo tanto tempo su Logic Pro, il programma che utilizzo per produrre, ad esempio. Sono una persona sensibile, che ha bisogno di uno spazio personale in cui esprimere ciò che ha dentro e ciò che vede fuori, in modo creativo. E la musica in questo mi ha sempre aiutata molto. Mi ci dedico da quando sono molto piccola e ha sempre rappresentato il linguaggio attraverso cui esprimermi.
Negli ultimi anni, però, mi sono resa conto che il motivo principale per cui oggi creo musica è un altro, si è evoluto, ed è quello di trovare i miei simili: esprimere ciò che sento perché, magari, lì fuori, c’è qualcuno che prova le stesse mie emozioni e sensazioni. Mi piace pensare alla musica come a qualcosa che unisca le persone.
Penso che la vita, alle volte, non sia affatto facile e la musica per me è un modo per viverla in comunità, in modo collettivo.

Hai detto che la musica ha sempre rappresentato il tuo modo di comunicare. Ma qual è stato il momento, in particolare, in cui hai capito che non sarebbe stata soltanto una passione, ma il tuo linguaggio?
In realtà è un qualcosa che è avvenuto a più riprese. Non mi viene in mente un momento preciso in cui ho detto:Ok, faccio questo, perché la musica è sempre stata parte integrante della mia vita. La scelta di dedicarmi solo a lei facendolo diventare un lavoro, invece, è stata molto più consapevole. Sostanzialmente, uscita dal liceo ho scelto di andare in tour invece che all’università. E poi da lì è iniziato tutto.

Hai vissuto tra l’Italia e New York, due luoghi molto diversi tra loro per ritmo, energia e immaginario. In che modo questi due mondi, oggi, convivono nella tua identità artistica?
Penso di essermi trasferita a New York – al di là delle vicende che mi hanno portata in quella città perché in quella fase della mia vita lo identificavo in un certo senso come “il mio posto”.
La scelta di trasferirmi, e di restare, è nata dalla voglia di rischiare a livello creativo, di esplorare, di vedere fino a quanto potessi spingermi in là.
New York è un posto che ti offre l’opportunità di farlo senza giudicarti e sicuramente anche essere una persona queer a New York è un’esperienza diversa rispetto all’esserlo in provincia, in Italia.
Nel mio mondo artistico, musicale e sonoro queste due realtà convivono perché esistono dentro di me.
Dell’Italia porto con me la grande passione per le canzoni d’autore – Mina, Gino Paoli, Lucio Battisti – con cui sono cresciuta e che ascoltava mia mamma.
Allo stesso tempo sono una grande fan del pop americano, soprattutto della East Coast, ma qualcosa di interessante c’è anche nella West Coast. A livello sonoro ho cercato di unire questi due mondi che apparentemente sembrano distanti, per certi versi agli antipodi – uno è così arioso, libero e leggero, l’altro è proprio l’asfalto che ti rovina le suole delle scarpe. Penso che siano un po’ lo yin e lo yang del mio essere.

Per la prima volta hai scritto un intero album in italiano. È stata una scelta artistica o una necessità personale?
Non ti so dire con certezza se il motivo possa essere legato al fatto che, magari, ci sono delle sensazioni che riesco ad esprimere soltanto nella mia lingua madre. Devo dire, però, che è stato molto terapeutico per me.
Diciamo che non è stata una vera e propria scelta, ma un qualcosa che è avvenuto in modo molto naturale. Quando vivevo a New York sentivo l’esigenza di un certo calore italiano, che ritrovavo nei brani che ascoltavo, ma anche in gesti molto semplici della quotidianità come, ad esempio, fare la pasta fatta in casa.
Scrivo spesso in freestyle che è un modo inusuale di approcciarsi alla scrittura – e da lì sono iniziate ad emergere frasi e concetti in italiano. Dopo aver scritto le prime canzoni ho capito che questo processo mi emozionava molto e che aveva un effetto terapeutico su di me. Da lì la decisione di realizzare un intero disco in lingua italiana. Anche se scrivo e canto in due lingue molto diverse tra loro, alla fine, il mio mondo interiore è sempre lo stesso e non ho mai sentito una forte limitazione nell’esprimere quello che sentivo dentro.
Poi sono cresciuta e quello che esprimo nei brani di questo disco non l’ho mai fatto in nessun altro, perché appartengono alla percezione di una persona adulta.
Penso che ritornare all’italiano abbia fatto sì che io esplorassi certi aspetti in modo diverso. In realtà è stato più il fatto di scrivere in italiano ad insegnarmi tanto, rispetto al voler usare l’italiano per esprimere concetti diversi.

Hai descritto “Senza Fiato” come il racconto della fine dei tuoi vent’anni. C’era qualcosa che volevi fissare in quel momento della tua vita prima che sfuggisse via?
In realtà un po’ tutto il disco nasce da lì, non necessariamente per lasciarmi indietro qualcosa, ma perché la vedo come una raccolta di piccoli momenti di consapevolezza nella mia crescita personale. Ho scritto una canzone che dice: «Posso stare bene da sola», proprio per ricordarmi che posso stare bene da sola, non perché volessi allontanarmi dalla sensazione di pensare il contrario.
Penso che la crescita non sia mai lineare. Le canzoni, secondo me, sono molto utili anche per ricordarci che possiamo vivere determinate emozioni e sensazioni. Sono un po’ come delle bussole emotive da portare con sé.

Brani come “Terminal”, “Truman” e “Bene (da sola)” sembrano raccontare un percorso verso una definizione più autonoma di te. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che smettere di cercare risposte negli altri era diventato necessario?
Forse quando ho scritto Bene (da sola)”, anche se non c’è mai soltanto un momento. Ci sono degli aspetti che magari a livello razionale sappiamo che esistono, ma che è molto più difficile percepire da un punto di vista istintivo, primitivo e animalesco.
Però, sicuramente, Bene (da sola) mi ha spinto tanto. La prima volta che ho scritto questa canzone come ti dicevo in freestyle la frase si sviluppava così: Non so stare bene da sola”. Quindi è evidente sia successo qualcosa tra la prima volta che ho trascritto quella frase e il giorno seguente, quando ho chiuso il testo.
Qualcosa che mi ha portato a passare da non so stare bene da sola a posso stare bene da sola”.

In brani come “Jumanji” e “ Inferno” emergono temi collettivi: la solitudine, le tensioni sociali, il rapporto con gli altri. Quanto è importante partire da un’esperienza personale per arrivare a parlare di qualcosa che riguarda tutti?
Per me è importantissimo. Da un lato penso che sia una questione di efficacia del messaggio, perché le frasi troppo “universali non portano da nessuna parte. Uno degli aspetti che ho imparato scrivendo in italiano è che non bisogna inseguire concetti troppo grandi e generici come “la solitudine” o “l’amore”, ma trovare l’immagine, il ricordo o la situazione concreta che per te rappresenta quella sensazione. È lì che una storia personale riesce a diventare collettiva.
E visto che, come dicevamo all’inizio, io sto cercando i miei simili o comunque persone che sentono esigenze simili alle mie sento il dovere di esprimere ciò che ho dentro in modo onesto. A volte è anche difficile, perché mettersi a nudo non è mai semplice.

Questo editoriale racconta una femminilità intima, imperfetta e molto umana. Quanto è importante per te mostrare le zone meno levigate della tua identità, sia nella musica che nell’immagine?
Per me è importante in entrambi gli ambiti. Perché siamo esseri umani imperfetti ed è giusto ricordarcelo, soprattutto in questo periodo storico fatto di filtri, di perfezione e di intelligenza artificiale che rende tutto impeccabile.
Secondo me la bellezza è custodita nell’umanità, nell’errore. Trovo che sbagliare sia la modalità corretta per fare arte e anche per vivere bene. Perdonarsi gli sbagli, gli errori, trattarli come parte essenziale del processo creativo e del processo di vita: è una modalità che andrebbe celebrata e sviluppata molto di più. Secondo me l’errore è un ottimo strumento di crescita.
Anche quelli che chiamiamo imperfezioni o difetti soprattutto quelli fisici hanno una loro bellezza. Molto spesso non sono neanche difetti, ma semplicemente caratteristiche di una persona.
Penso che ci sia bellezza veramente in tutti. Non voglio dire frasi banali, però la penso davvero così.
Dal mio punto di vista sento l’esigenza di esprimere questo concetto in tutte le sfaccettature del mio essere. Anche perché ho tre sorelle piccole e vorrei che crescessero volendosi bene.

Leggendo i testi delle tue canzoni, molte di queste sembrano nascere da immagini molto precise: una metropolitana, una stanza, una notte a Brooklyn, una persona che si allontana dal finestrino di un treno. Quanto conta la dimensione visiva nel tuo processo creativo? Pensi per immagini prima ancora che per parole o suoni?
Penso per immagini molto più che per parole e, difatti, sono una grande appassionata delle pellicole cinematografiche.
Tutto quello che riguarda il costruire una scena, e dargli forma, è un qualcosa che mi affascina molto e che cerco di riprodurre nella musica. Ognuno ha il proprio stile di scrittura e, per me, le parole arrivano sempre dopo. Anzi, probabilmente rappresentano la parte più delicata e complicata del produrre una canzone, perché trovare le parole giuste che possano esprimere il suono e l’immagine che ho in mente è probabilmente l’aspetto più complesso del processo.

 

Quest’ultimo album sembra il racconto di una ricerca continua. Oggi hai la sensazione di aver trovato alcune risposte o pensi che il prossimo capitolo nascerà proprio dalle domande che sono rimaste aperte?
Bella domanda. Penso veramente che ogni canzone dia una risposta diversa, una risposta di crescita.
Sicuramente non mi sento minimamente arrivata e penso che non mi ci sentirò mai. 
Il modo che ho di approcciarmi alla scrittura nasce sempre da un’esigenza di esplorare qualcosa di nuovo. A volte si tratta di un tema sociale, a volte è qualcosa di emotivo che riguarda la mia persona, a volte il rapporto con gli altri. Cerco di prendere quella determinata necessità, se così la vogliamo chiamare, e di snocciolarla attraverso la scrittura della canzone.

Come vedi il tuo futuro, imminente e prossimo?
Nei prossimi mesi sarò nel pieno del tour. La dimensione live è un qualcosa che rientra molto nella mia missione musicale, in questo desiderio di connettermi con le persone.
Anche il live infatti è molto costruito intorno a questo: al rapporto tra me e le persone della band, al rapporto con il pubblico e anche al rapporto tra le persone che vengono ai concerti.
Ci sono dei momenti in cui chiedo alle persone di conoscersi tra loro, di parlarsi.
Per il resto, non ho altro da aggiungere. Gli affari miei li ho già messi tutti nel disco. Chi vuole può andare ad ascoltarlo e trova tutto lì (ride, ndr).

 

Talent: Birthh @woabirthh
Creative Director: Nicole Zia @nicoleeezia
Photographer: Arianna Angelini @arianna_angelini
Styling: Sofia Riva @_sofia.riva
Make up: Sara Mencattelli @saramencattelli using @lisaeldridgemakeup
Hair: Helena Collaviti @hell22
Set design: Bianca Girardi @lefleurdecamomille and Stella Regno @stella_ragno
Production: Arianna Puccio @_cookiecrumbles x @studiocemento
Location: Studio Cemento @studiocemento
Words: Lorenzo Salmone @salmonelorenzo
Label & Ufficio stampa Talent: Carosello Records @carosellorecords / Simone Auciello @simone_auc