Alessio Lapice appartiene a quella categoria di attori capaci di trasformare ogni personaggio in un luogo da abitare. Tra cinema e televisione, il suo percorso è segnato da una costante ricerca di autenticità e profondità emotiva. In questa intervista, tra riflessioni sul suo lavoro di attore, cambiamenti personali e nuovi orizzonti professionali, emerge il ritratto di un artista che continua a interrogarsi sul presente senza smettere di inseguire ciò che si trova oltre il confine della comfort zone.
Alessio, in che fase della vita ti senti oggi, sia come attore che a livello personale?
Oggi, come attore, sto vivendo una fase molto bella. Si è appena conclusa la serie Roberta Valente – Notaio in Sorrento, che ha avuto molto successo, il pubblico ha mostrato un grande affetto. E questo mi rende davvero felice, anche perché si tratta di un progetto nuovo, una serie originale, quindi la scommessa era ancora più avvincente e l’ambizione molto forte. Sapere che le persone ci hanno seguito con entusiasmo è stato gratificante.
In questo periodo, poi, sto iniziando a lavorare ad un nuovo film che girerò quest’estate e contemporaneamente sono al cinema con Il protagonista – diretto da Fabrizio Benvenuto – insieme a Pierluigi Gigante.
Quindi, se dovessi tradurre il tutto in una parola semplice, direi: un momento “bello”, un momento gratificante.
Se parliamo della mia vita lontano dal set, per me il lavoro incide tantissimo anche sulla vita personale: non riesco a separare completamente le due cose. Quello che accade nel lavoro inevitabilmente si riflette anche sulla mia persona.
Da poco sono uscito da una storia importante, quindi, emotivamente, non è un momento così “leggero” da quel punto di vista. C’è ancora qualche ferita aperta, però si va avanti. In questo momento sono molto impegnato con il lavoro e, forse, anche per questo mi ci sto dedicando completamente.
In un periodo così intenso, come gestisci il tempo lontano dai riflettori?
Sono molto appassionato – e anche abbastanza ossessivo – rispetto al mio lavoro, quindi spesso mi riesce difficile fermarmi.
A volte me lo impongo e qualche volta ci riesco, altre volte no. Mi risulta più facile quando prendo un aereo e parto, lontano da Roma – che è un po’ la mia base, il posto dove costruisco i miei progetti, in cui faccio più fatica a disconnettermi completamente.
Altrimenti cerco di staccare la spina in modo molto semplice: a casa, sul divano, con gli amici.
Oppure appena posso scappo a Napoli, a casa, o magari facendo un salto al mare, qualsiasi stagione essa sia. È tutto ciò di cui ho bisogno per ricaricarmi, per riassettare tutto, perché questo lavoro a volte ti travolge ed è fondamentale mantenere la rotta.
Riguardo ai personaggi che interpreti emerge sempre una componente molto umana e autentica. Cosa ti colpisce davvero in una storia o in un personaggio al punto da volerlo raccontare?
Più che la voglia è la curiosità che mi suscita un personaggio.
Da lì nasce tutto: l’interesse, la passione, la ricerca. La voglia di lasciarmi travolgere da quel personaggio e di trovare in lui degli aspetti che possano creare un dialogo diretto e forte con chi lo osserva, il pubblico, cercando di raccontare al meglio la sua storia.
Perché il personaggio viene scritto e descritto, ma è compito dell’attore riuscire a trasmettere quello che, a parole, spesso non dice o più semplicemente non sa dire.
Infatti, ad affascinarmi di più sono tutte quelle personalità che hanno conflitti interiori, obiettivi, mancanze. Gli stessi che abbiamo tutti noi esseri umani nella vita quotidiana.
E dato che film e serie raccontano in qualche modo la vita dell’uomo io, personalmente, sono molto attratto da questo tipo di personaggi, credo che lì dentro ci sia il materiale umano necessario per lavorare bene come attore.
Se non ci fosse una mancanza, una nevrosi, non saprei nemmeno come lavorarci.
Che poi il personaggio sia un avvocato, un imprenditore, un architetto o un soldato cambia relativamente poco: quello che conta davvero è il conflitto che si porta dentro. E più è forte, più mi affascina.
Perché mi dà l’idea che possiamo prenderci per mano e fare insieme questo percorso: io con lui come attore e lui con me dentro la sua storia. Alla fine ci incrociamo e insieme raccontiamo qualcosa.
Imma Tataranni ti ha fatto entrare nelle case di un grande e affezionato pubblico. Cosa ha reso secondo te Calogiuri un personaggio così amato?
Penso che Calogiuri sia un ragazzo con dei valori, dei principi e una dedizione oggigiorno rari, quasi d’altri tempi. E parlo anche di dedizione perché viviamo in un momento storico molto individualista dove, spesso, sembra che per “arrivare” sia necessario prevalere sugli altri. Lui invece no, ha una attenzione e una cura verso sé stesso e verso quello che vuole diventare, ma senza il bisogno di schiacciare nessuno. Vuole arrivare impegnandosi, lavorando, senza togliere spazio agli altri. E credo che questo concetto sia arrivato dritto al pubblico, perché oggi viviamo una fase in cui molti di questi valori si sono persi, talvolta vengono considerati in un certo senso superati. Per questo penso che Calogiuri abbia suscitato così tanta empatia: perché porta avanti dei principi molto semplici, ma allo stesso tempo molto forti.
In Roberta Valente – Notaio in Sorrento, invece, Stefano sembra un personaggio molto più inquieto e contemporaneo, quasi bloccato dentro sé stesso. Come ci raccontavi prima, sei attratto da questo tipo di personalità.
Sì, mi è interessato esplorare questo suo enorme conflitto interiore, seppur Stefano apparentemente possa sembrare un ragazzo risolto: viene da una famiglia benestante, vive in un luogo bellissimo, lavora nella società assicurativa di famiglia, ha accanto una ragazza che gli vuole molto bene, come Roberta. Quindi sembra avere una vita perfetta. Invece, dietro a questa perfezione, si nasconde una persona piena di dubbi e conflitti irrisolti, soprattutto con sé stesso.
È come se volesse uscire finalmente dal guscio, ma non ci riesce, non sa come fare. A volte ho avuto la sensazione che gli convenisse restare dentro a quel guscio, perché in fin dei conti la paura funziona anche così: vuoi uscirne, ma allo stesso tempo quella paura diventa una sorta di zona di comfort.
Stefano prova continuamente a farsi ascoltare: dai suoi genitori, da Roberta, da chi gli sta intorno. Vorrebbe sentirsi sostenuto in modo più complice e meno giudicante, ma spesso non riesce a ottenere quello vuole.
E allora vive questa inquietudine continua, questo sentirsi sempre un po’ fuori posto.
Con Roberta si sente inadeguato, perché lei sembra avere sempre la verità in tasca e il controllo della situazione. Con la famiglia, invece, sente di non essere ascoltato davvero.
E a un certo punto arriva quasi a pensare: “Per piacere a tutti, sono finito per non piacere più a me stesso”, ed è lì che nasce il bisogno di rompere quel guscio e trovare finalmente la propria strada. Anche se, poi, lo fa in modo confuso, impulsivo, goffo, e questo aspetto secondo me lo rende molto umano. Fino a quando incontra Leda e tutto quel turbinio di emozioni che si portava dentro da tempo emerge, arrivando a pensare che, magari, seguendo per una volta il proprio istinto sarebbe finalmente riuscito a tracciare il suo destino, per poi rendersi conto, probabilmente, che forse non era davvero quello che voleva.
Quindi per concludere, sì, mi ha affascinato proprio questa personalità ricca di conflitti, paura di crescere e paura di mettere radici. Un tema, quest’ultimo, tra l’altro molto attuale. Oggi sempre più spesso siamo abituati a scappare dalle situazioni che appaiono più grandi di noi, o meglio, da ciò che richiede davvero di fermarsi e costruire qualcosa di solido.
Come dicevamo prima, i tuoi personaggi riescono spesso a creare un legame molto forte con il pubblico, quasi personale. Come vivi questo tipo di affetto e di connessione?
La vivo molto bene. Quando le persone si affezionano così tanto a un personaggio significa che sei riuscito ad arrivare dritto al cuore del pubblico. Succede spesso che si finisca quasi per confondere attore e personaggio, ma in qualche modo è anche lecito che ciò avvenga, perché se una storia riesce a far sognare al punto tale da creare una fusione dei due ruoli, vuol dire che è stato fatto un buon lavoro. È un po’ come quando leggi un libro e ti chiedi quanto ci sia dell’autore dentro quelle pagine. È naturale fantasticare ed è bello che accada anche con i personaggi di un film o di una serie. Personalmente posso dire di aver ricevuto tanto affetto e non posso che esserne felice ed infinitamente grato.
Secondo te esiste oggi un regista italiano che sta osservando – e raccontando – il presente con maggior lucidità?
Non credo che il cinema per essere rilevante da un punto di vista socioculturale debba per forza raccontare la realtà del presente. Ci possono essere film meravigliosi pur essendo completamente scollati da quello che stiamo vivendo.
E forse è proprio questo il punto: in un momento storico pesante come quello che stiamo vivendo le persone vanno alla ricerca di un qualcosa di più “leggero”. E con il termine “leggero” non intendo dire superficiale, anzi, raggiungere una certa leggerezza è un qualcosa di molto difficile. E infatti a mio parere la forza di Roberta Valente – Notaio in Sorrento la si evince molto in questo aspetto in quanto si tratta di una serie fresca, ambientata in un luogo meraviglioso come Sorrento, con dinamiche familiari, relazioni, incomunicabilità, temi attuali, ma raccontati con una leggerezza che secondo me oggi il pubblico sente il bisogno di ritrovare.
Oggi, due tra i registi italiani che stimo maggiormente sono sicuramente Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. Io Capitano di Garrone, ad esempio, credo sia un film incredibile, perché riesce a raccontare una realtà molto dura con una forza visiva e una sensibilità straordinaria, quasi documentaristica per certi versi. Guardando il film si ha quasi la percezione di uscire dalla finzione ed essere catapultati sul “barcone” insieme agli interpreti del film.
Ci sono poi tanti altri registi che apprezzo molto, come ad esempio Luca Guadagnino, con cui mi piacerebbe lavorare un giorno. Detto questo, in generale, quello che mi affascina realmente non è soltanto quanto un regista riesca a raccontare l’attualità ma, piuttosto, il modo in cui riesce a ricreare un mondo, raccontando l’animo umano nei suoi abissi più reconditi.
Tornando invece a te, esiste una versione di Alessio che il pubblico ancora non conosce davvero?
Molti giornalisti mi dicono spesso che della mia vita privata si sa pochissimo, e in effetti è vero. Ho sempre cercato di tenere lontano dai riflettori sia la mia vita di coppia sia la mia famiglia, mi è sempre sembrata una sfera da proteggere, qualcosa da tenere solo per me. Con il tempo però mi sono un po’ ammorbidito su questo aspetto, soprattutto rispetto alla mia vita sentimentale, tant’è vero che per l’ultima relazione mi sono esposto un pò di più da un punto di vista mediatico. E probabilmente l’espormi di più è dovuto sicuramente anche alla mia crescita personale, ho acquisito sicuramente più forza, più consapevolezza di me stesso e del mio mestiere e, questa, senza dubbio, è stata una molla affinché riuscissi a vivermi questa storia in modo più rilassato. La mia famiglia, invece, voglio continuare a viverla in maniera più riservata. Ogni tanto capita che io faccia riferimento a episodi legati a loro, ma ritengo giusto che certi aspetti della propria vita restino lontani dall’esposizione pubblica.
Come attore, invece, cerco sempre di mostrare versioni nuove di me attraverso i personaggi che scelgo di interpretare, raccontando storie sempre inedite e personalità diverse che mi costringano a uscire dalla comfort zone.
Lo faccio per regalare sempre qualcosa di nuovo al pubblico, ma anche a me stesso, perché ogni nuovo personaggio che interpreto mi insegna ogni volta qualcosa di nuovo che poi mi resterà sotto pelle a vita.
Nel tuo lavoro il cambiamento è continuo, quasi necessario. Nella vita quotidiana, invece, sei una persona che cerca stabilità o hai bisogno di cambiare continuamente?
Nella mia vita quotidiana ho bisogno di cambiare pelle continuamente, un po’ come i serpenti. E parlo di crescita, curiosità, voglia di scoprire cose nuove e nuovi lati di me stesso. Credo che il motivo per cui mi sono innamorato così tanto di questo mestiere sia proprio questo: fare l’attore è un acceleratore di conoscenza di te stesso, del mondo che ti circonda, della vita in generale. E la vita, in fondo, ha sempre rappresentato qualcosa di enigmatico per me. Ne sono sempre stato molto affascinato.
Anche per questo motivo sono andato via di casa molto presto, non soltanto perché volevo diventare un attore, ma anche perché volevo capire cosa ci fosse oltre l’orizzonte. E l’orizzonte non è solo una città: è anche il punto in cui ti spingi per capire chi sei, chi diventerai, chi incontrerai, come reagirai alle varie situazioni, agli ostacoli, come ti relazionerai agli altri. Insomma, credo che tutto questo sia un buon motivo per spingerti oltre ed andare a scoprire cosa c’è oltre quel fascio di luce.
Nel quotidiano ho bisogno di sperimentare continuamente, non sono un abitudinario. Sono sempre alla ricerca di storie ed esperienze nuove. E il lavoro di attore mi permette di soddisfare questa mia esigenza personale. Mi permette di entrare, per un periodo di tempo, breve o lungo che sia, in una vita che non è la mia. Per me questo è il regalo più grande.
Discorso opposto se parliamo invece di sentimenti. Da quel punto di vista penso l’esatto contrario, sono molto legato alle mie radici, alla mia famiglia, alla mia città – Napoli – anche se vivo a Roma da tanti anni.
E nelle relazioni sono molto nostalgico, a volte romantico, ma soprattutto nostalgico, per cui spesso faccio fatica a lasciare andare le persone a cui voglio bene. Quindi, se nella vita ho bisogno continuamente di cambiare pelle, emotivamente invece faccio il contrario: quella pelle me la voglio tenere stretta addosso.
Ti spaventa di più sparire oppure essere continuamente esposto al giudizio degli altri?
Mi rendo conto che più vado avanti, più si sviluppa la mia carriera e più c’è la possibilità che gli hater possano aumentare, così come i fan. Pur ricevendo tanto affetto, oggi, è chiaro che io pensi al giudizio degli altri, è sano farlo, lo considero come un passaggio obbligatorio, fa parte di questo mestiere o più in generale di chi si espone pubblicamente.
Mi ricordo una frase di Woody Allen dal suo libro autobiografico “A proposito di niente” che dice: “Se non hai il coraggio di affrontare le critiche, allora non fare questo mestiere”. E secondo me è proprio così, perché l’arte è divisiva per natura.
In qualche modo la critica è anche figlia dell’ascolto, del successo, del fatto che quello che fai arriva alle persone. Poi, certo, gli artisti vorrebbero sempre piacere a tutti, godendo del sacro consenso del pubblico, ma bisogna accettare che non sempre va così, e che piacere a tutti è un’ipotesi piuttosto remota.
Quindi no, l’esposizione e le critiche non mi spaventano. Bisogna avere la consapevolezza che fanno parte di questo lavoro.
Quello che mi spaventa di più, invece, non è tanto “sparire” mediaticamente ma, piuttosto, l’idea che un giorno possa non essermi più concessa la possibilità di fare questo mestiere. Questa è la mia vera paura. Perché, più che perdere attenzione o hype, quello che temo davvero è perdere la possibilità di fare ciò che amo di più. E penso che in fondo sia un’ansia che appartenga un po’ a tutti gli artisti.
Che rapporto hai con l’estetica, con l’immagine e con la moda?
Sono sempre stato molto affascinato dalla moda, essendo anch’essa frutto di un processo totalmente creativo proprio come il cinema o l’arte in generale. Lo stilista immagina e costruisce l’abito dei suoi sogni che poi diventerà il sogno del suo pubblico. E questo processo, questo sogno creativo, è molto vicino a quello che fa il cinema.
Quello che mi affascina della moda è tutto il lavoro che c’è dietro: la ricerca, la passione, la cura dei dettagli. Mi ricordo una frase che ho letto quando studiavo in Accademia: “Il genio è nei dettagli”. E penso che sia il cinema che la moda calzino perfettamente in questa frase. In generale sono sempre stato attratto dal concetto di trasformazione, perché è un qualcosa che mi appartiene proprio come persona. Anche da piccolo lo facevo, ma inconsciamente: avevo questa passione per i modellini d’auto, li smontavo, li riverniciavo e poi rimontavo tutto. Mi mettevo lì a fare ricerche per ore ed ore su chi avesse costruito e ideato quelle macchine, sulla loro storia. Mi piaceva andare a fondo e in qualche modo, attraverso la ricerca, trovare spunti per dare una nuova vita a quei modellini che curavo come se fossero persone. Mi piaceva dargli una seconda chance, una nuova vita, piuttosto che cestinarle nel calderone dei modellini vecchi e graffiati.
Per quanto riguarda invece il mio stile, dipende molto dal contesto. Se devo andare a un’anteprima, a una conferenza stampa o ad uno shooting, allora ci penso molto.
Cerco sempre di raccontare qualcosa anche attraverso quello che indosso, di creare un mood, un’immagine, quasi una piccola storia.
Se invece devo uscire con gli amici o andare al supermercato, ti dico la verità: se sul divano c’è una tuta o qualsiasi altra cosa che non sia nell’armadio, ma a portata di mano, probabilmente metto quella ed esco. Quindi sì, l’immagine mi interessa, ma mi interessa soprattutto quando diventa parte di un racconto creativo.
A cosa stai lavorando adesso? C’è qualcosa che puoi anticipare sui tuoi prossimi progetti?
Di recente, come dicevo, è uscito al cinema “Il protagonista”, opera prima di Fabrizio Benvenuto, con Pierluigi Gigante, un collega che stimo tanto, ma soprattutto un amico di lunga data.
Ho voluto partecipare a questo progetto soprattutto per l’entusiasmo con cui il regista mi ha coinvolto e raccontato la storia. Il film ripercorre la vita di due giovani aspiranti attori coinquilini e tutte le difficoltà, le illusioni e le peripezie che si vivono quando si insegue un sogno come quello di diventare attore.
Il mio personaggio, Davide, è il più entusiasta dei due, è pieno di energia, acceso da questo sogno meraviglioso e a tratti irraggiungibile, innamorato forse troppo dell’idea di fare l’attore e poco della sostanza.
ll film alterna momenti divertenti con altri teneri, a tratti struggenti, il tutto raccontato però da un punto di vista cinematografico e narrativo fuori dagli schemi e questo, credo, permetta allo spettatore di restare incollato allo schermo finendo inevitabilmente a fare il tifo per questi ragazzi.
Il titolo, “Il protagonista”, non parla soltanto di due ragazzi che vogliono diventare protagonisti nel cinema, ma del bisogno che oggi abbiamo tutti di sentirci protagonisti di qualcosa.
Per quanto riguarda i miei progetti futuri, sto lavorando ad un nuovo film che girerò quest’estate, per il quale posso raccontare davvero pochissimo, se non che si tratta di un progetto molto ambizioso e complesso, di cui sono molto felice di farne parte.
Diciamo che qualcosa bolle in pentola (ride, ndr).
Guardando al futuro, c’è ancora un tipo di storia o di personaggio che senti di voler esplorare?
Per me tutti i personaggi possono essere interessanti, purché abbiano quel conflitto, quell’urgenza, quella mancanza di cui parlavamo prima. Perché se un personaggio non ha questi elementi faccio fatica a interpretarlo. Con il cinema si racconta la complessità della vita o, più in generale, dell’animo umano. E poiché non esistono persone “risolte”, come potremmo ricostruire tale realtà in un film? Sarebbe come raccontare di un ufo. Ed io riguardo agli ufo – essendo oltretutto considerati oggetti sconosciuti – non sono così preparato. Siamo tutti pieni di contraddizioni, dubbi, lati oscuri, conflitti irrisolti, ed è proprio questo il lato più affascinante della vita e quindi del cinema.
Detto questo, una cosa che mi piacerebbe molto fare è tornare a interpretare una storia vera – come mi è già successo in passato – perché offre un senso di responsabilità completamente diverso. Ed io, stranamente, con la pressione, ho la sensazione di lavorare meglio, mi dà un’urgenza ulteriore come attore.
Mi è successo con “Nato a Casal di Principe”, dove ho interpretato Amedeo, una storia a cui ancora oggi sono molto legato. Quando racconti una storia vera è come se quella persona o quella famiglia ti affidasse le chiavi dei propri ricordi, dei propri dolori, dei propri affetti più vulnerabili.
In questo caso il tuo lavoro cambia. Non stai più soltanto raccontando una storia: diventi quasi un tramite, un testimone.
Mi ricordo della proiezione a Venezia, qualche fila davanti a me era seduta la vera famiglia del personaggio che interpretavo, Amedeo. A fine proiezione, quando si riaccesero le luci in sala, la famiglia si voltò verso di me e ricordo la gratitudine nei loro occhi speranzosi ed emozionati. Si è sempre in tempo per sognare qualcosa di bello pure nelle tragedie più inimmaginabili. Non dimenticherò mai quegli sguardi, è stato uno dei momenti più gratificanti della mia vita. Ho avuto la sensazione che, forse, anche solo per una sera, anche solo per un’ora e mezza, quel racconto avesse restituito a loro qualcosa. Magari un po’ di pace, la chiusura di un cerchio o forse una gioia passeggera, chissà, ma qualcosa era successo in loro e in me, ed era qualcosa di bello e profondo. Un legame che da quel momento in poi ci avrebbe unito per sempre.
Talent: Alessio Lapice @alessiolapice
Photographer: Roberta Krasnig @robertakrasnig
Photographer ass: Sonia Pagavino @paywiine
Stylist: Carlo Alberto Pregnolato @carlo_alberto_pregnolato
Stylist ass: Massimiliano Morazzoni @massimiliano_morazzoni
Make up: Iman El Feshawi @imanelfeshawy
Make up ass: Sara De Angelis @sara.deangelis.makeup
Hair: Mattia Pongolini @mattiapongolini
Casting: Michele Bisceglia @michelebisceglia_
Words: Lorenzo Salmone @salmonelorenzo
Pr e press: Manzo Piccirillo @manzopiccirillo
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