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Can Can Press, the slow publishing

Città del Messico è il luogo in cui la stampa rallenta il tempo. In un’epoca che vive di scroll, Can Can Press nasce da un gesto quasi controcorrente: fermarsi. Fermare il tempo, il flusso, l’immagine che scorre e poi scompare per sempre dal feed. Stampare, per loro, non è un atto di romanticismo nostalgico, ma una presa di posizione. Un modo per restituire peso alle cose. “Ci mancava la sensazione di tenere qualcosa di reale tra le mani”, raccontano i founder. La pubblicazione è vista come oggetto che resta, resiste e invecchia in un tempo diverso, che non può essere aggiornato né archiviato in cloud. I libri, ma anche i poster, le cartoline e le fanzine, raccolgono così frammenti di tempo, ossessioni visive, relazioni e contesti. Non vogliono conservare in modo sterile, ma permettere alle cose di invecchiare, di essere dimenticate su un qualche scaffale, e poi ritrovate. Diventano oggetti che chiedono cura e che costruiscono una memoria collettiva. È da questa idea di permanenza che Can Can Press inizia a costruire il proprio linguaggio. Non produce semplicemente pubblicazioni: costruisce piccoli mondi.

Ogni progetto è un ecosistema autonomo, intenzionale e dedicato, nato dall’incontro tra persone, sensibilità e linguaggi visivi differenti. All’inizio si trattava di pubblicazioni per amici, di artisti incontrati online, di immagini scoperte quasi per caso. Poi, con il tempo, quelle connessioni digitali si sono trasformate in relazioni reali e collaborazioni durature, fino a dare forma a una comunità cresciuta attorno all’idea del fare insieme. In questo modo il progetto è diventato un punto di incontro. Un campo base. Attorno alle varie pubblicazioni si sono sviluppate relazioni che vanno oltre la stampa: mostre, fiere, derive sperimentali e collaborazioni inattese. Così, la cura editoriale non riguarda solo il risultato finale, ma il processo che lo rende possibile. Il dare tempo ai lavori di maturare, ascoltare le voci coinvolte, produrre non più soltanto oggetti, ma esperienze condivise. Questa attenzione al processo ha progressivamente orientato anche la visione curatoriale di Can Can Press.

Se all’inizio era più legata alla grafica contemporanea e sperimentale, oggi si sta spostando verso una riflessione più profonda sull’estetica latinoamericana: sull’archivio, sulle stratificazioni, su quei linguaggi visivi che nascono dal quotidiano e vengono costantemente riscritti. In questo percorso, Città del Messico non è mai uno sfondo neutro, ma una collaboratrice costante. Rumorosa, disordinata, piena di “incidenti visivi” che entrano nelle stampe e le tengono vive. I mercati, i cartelli dipinti a mano, i colori saturi, filtrano naturalmente nel loro modo di pensare l’editoria. Can Can Press risponde a questo ritmo senza cercare di ripulirlo o tradurlo in una lingua più neutra: è una relazione di ascolto continuo. Anche la scelta del mezzo segue questa attitudine di mutuo ascolto e attenzione al processo. La risograph entra nel progetto di Can Can Press prima come necessità che come scelta consapevole. Si tratta di una tecnica di stampa a metà tra l’offset e la serigrafia, oggi molto usata nell’editoria indipendente per la sua matericità, i colori intensi e le inevitabili imperfezioni. Per loro, però, non è stata una tendenza da adottare: era semplicemente l’unico strumento a disposizione. Il primo mezzo, quello da cui tutto è partito, e quasi per caso è diventato il centro della loro pratica.

“All’inizio c’era il desiderio di controllarla, di prevederne ogni comportamento, di evitare sbavature o strati irregolari. Ma con il tempo quel controllo ha smesso di essere l’obiettivo. Quegli “errori” hanno iniziato a rivelarsi come la parte più viva del processo. Non qualcosa da correggere, ma da ascoltare” dicono. Oggi Can Can Press pensa attraverso il mezzo. Progetta per la risograph, lasciandole spazio e permettendole di guidare l’esito finale. Ogni stampa porta con sé un fattore umano: il lavoro manuale, le variazioni di colore, le reazioni della materia. L’imperfezione non è una scelta estetica, ma la prova concreta che qualcuno ha toccato quell’oggetto, che ha esplorato e studiato il processo ed, infine, accettato di condividere l’autorialità con la macchina stessa. Da qui prende forma anche il modo in cui il progetto è cresciuto nel tempo.

Can Can Press nasce con un gesto essenziale: l’urgenza di autopubblicare il proprio lavoro. Quello che all’inizio era un progetto istintivo, reso possibile solo grazie ad una risograph press, si è poi lentamente trasformato in una piattaforma editoriale collaborativa. Le prime pubblicazioni erano inevitabilmente piccole: tirature di una trentina di copie, stampate con l’unico mezzo disponibile, che impiegavano mesi, a volte anni, per trovare casa. Crescere, ha significato imparare a rendere sostenibile quell’impulso iniziale, passo dopo passo. Far circolare i progetti in cui credevano, farsi conoscere attraverso il lavoro, capire come aumentare le tirature senza snaturare il processo. Col tempo, quelle micro-edizioni sono diventate centinaia, poi migliaia di copie. Un cambiamento che non segna un allontanamento dall’editoria indipendente, ma, al contrario, racconta qualcosa di più ampio: la stampa non è scomparsa, sta cambiando forma, cercando nuovi modi di muoversi, di essere condivisa, di creare conversazioni. In questo senso, per Can Can Press “raro” non significa esclusivo, ma situato. Qualcosa creato in un momento preciso, con una comunità precisa, e poi lasciato scorrere nel suo naturale flusso di vita. I libri non nascono per essere trattenuti, ma per circolare, passare di mano in mano, entrare in uno scambio sociale più grande. A tenere in vita il progetto è la stessa spinta iniziale: il desiderio costante di creare e sperimentare, sostenuto da una rete di collaboratori, artisti e realtà affini che continuano a dare forma, insieme, a ciò che Can Can Press è oggi.

Project: Sofia Spini e Giorgia Calia @sofispini @giorgiaacaliaa
Words: Giorgia Calia @giorgiaacaliaa
Digital Director: Giulia Pacella @giupac79