FASHION

In the name of denim

C’è qualcosa di profondamente autentico ed emozionale nella campagna di Bruce Weber per la capsule collection Eva Herzigova x Roy Roger’s. È un ritorno, un incontro, un racconto che prende forma “in the name of denim” tra le pareti di legno e la luce morbida della casa del fotografo negli Hamptons. Il bianco e nero intenso di Weber cattura Eva in una dimensione privata, lontana dalla costruzione patinata. La osserva mentre sorride scalza su una veranda, mentre si muove tra ombre e riflessi, distesa su un prato a giocare con un aquilone e ad accarezzare uno degli amatissimi Golden Retriever di Bruce, mentre veste con naturalezza assoluta i capi che lei stessa ha disegnato. L’obiettivo non cerca l’icona irraggiungibile, ma la donna. La campagna diventa così un’esperienza quasi familiare, ed è in questo che risiede la sua forza.

L’atmosfera è intima, sincera, attraversata da una luce estiva che accarezza il denim e il cotone. Ogni immagine sembra un frammento rubato a una giornata vera: niente artifici, solo autenticità. È la stessa autenticità che lega Eva Herzigova a Roy Roger’s in questo progetto dedicato a un’idea di femminilità essenziale, ispirata alla purezza minimale degli anni ’90. Eva e Bruce si ritrovano: Weber dirige con la delicatezza di chi conosce nel profondo la sua musa, Eva risponde interpretando sé stessa, senza filtri.

In questo dialogo si inserisce il lavoro di Guido Biondi, direttore creativo di Roy Roger’s, che ha accompagnato l’intero percorso: dagli sketch iniziali alla costruzione della capsule, fino all’emozione di vedere la visione prendere forma davanti all’obiettivo di uno dei più grandi fotografi del nostro tempo. Come si traduce un’idea di denim sartoriale in immagini così intime? Cosa significa lavorare fianco a fianco con un’icona come Eva, in una veste nuova e sorprendente? E quale valore rappresenta questa capsule nella storia di un brand che ha fatto dell’heritage la propria forza vitale?

Ne abbiamo parlato con lui, entrando dietro le quinte di un progetto che è molto più di una collaborazione: è un incontro di sensibilità, un esercizio di coerenza e un atto d’amore verso uno stile che non conosce tempo.

Com’è stato lavorare con Eva a questo progetto e perché avete voluto lei?

Abbiamo sempre desiderato collaborare con una top model degli anni ’90, oggi più iconiche che mai, e tra le nostre preferite c’è sempre stata Eva Herzigova. Ecco perché abbiamo scelto lei. Abbiamo lavorato in grande sinergia. Eva aveva le idee chiare su cosa mettere in questa capsule e noi sapevamo chiaramente cosa usare per renderla iconica e al tempo stesso di grande qualità.

Tu creative director di Roy Roger’s, lei designer della capsule collection: in che modo avete interagito dal punto di vista creativo? Cosa hai imparato da lei in questa inedita veste di designer?

Io ho messo tutto il mio know-how in fatto di qualità, materiali, lavorazioni e artigianalità. Lei ci ha messo il suo gusto – che è davvero senza tempo – per creare capi di estrema semplicità. Accanto a lei ho confermato la convinzione che nella semplicità è racchiusa l’eterna bellezza che non passa mai di moda.

Dagli sketch alla creazione della collezione, per culminare poi con la campagna scattata negli Hamptons a casa di Bruce Weber. Quanto è durata la gestazione di questo progetto e quali sono state le fasi più “sfidanti” e perché? Cosa hai provato quando hai visto gli scatti venire alla luce?

L’intera operazione è durata circa un anno dall’individuazione della top model alla costruzione del progetto e della relativa campagna. Devo dire che è stata una collaborazione molto fluida grazie alla sinergia nata da subito con Eva. Abbiamo realizzato tutto quello che Eva aveva in mente. Ci siamo trovati subito d’accordo anche su chi dovesse scattare la campagna. Per me era Bruce Weber. Ed Eva, che ci aveva lavorato 30 anni fa, era molto contenta di poterlo incontrare nuovamente sul set per questo progetto.

Ciò che emerge dalla campagna è un forte senso di intimità, autenticità e di famiglia. Ci sono degli episodi che hai voglia di condividere con noi legati a questo set? Che ricordi conservi di quelle giornate di shooting?

È la terza volta che lavoriamo con Bruce Weber e ogni volta la sensazione di sentirsi in famiglia domina il progetto. Questa volta, in più, Bruce ci ha aperto le porte di casa sua. È stato molto bello vedere due icone come loro lavorare insieme e percepire l’autenticità che ogni scatto riusciva a trasmettere.

Cosa rappresenta per Roy Roger’s questa capsule collection anche all’interno della lunga storia del brand e degli altri asset che contraddistinguono il marchio?

Questa operazione nasce dalla volontà di incrementare il mercato donna in Italia. La scelta di due talent come questi è perfettamente in linea con il percorso visivo che il brand sta facendo basandosi su autenticità e bellezza senza tempo.

Secondo te qual è il capo must have della capsule e perché?

Uno dei capi più iconici della capsule è senza dubbio l’Eva Pant: un pantalone ispirato a un modello in gabardina di lana del guardaroba personale di Eva con una costruzione sartoriale e realizzato da noi in denim 12oz con mano slegata (tecnicamente definita low tension). Oppure, la camicia Garçon: una camicia classica dallo stile maschile, realizzata in popeline a righe, dove le righe sono tagliate in sbieco. Piccoli dettagli che trasformano questa collezione senza tempo in un’espressione di alta qualità e ricerca. A valorizzare ulteriormente la capsule è il Made in Italy, non solo nella manifattura ma anche nella scelta dei materiali: ogni capo è interamente realizzato in Italia.

Chi speri che indossi la capsule Eva x Roy Roger’s?

Non ho una preferenza. È una capsule collection molto trasversale che può essere interpretata in vario modo da chi la indossa. Sono pezzi studiati nei minimi particolari con dettagli ricercati. C’è la donna che sa apprezzare tutto questo, ma ci sono anche donne che amano il capo per come lo sentono addosso senza porsi troppe domande.

Quale immagine/ricordo ti porterai per sempre di Eva rispetto a questo progetto?

La sua determinazione, professionalità e ovviamente la sua bellezza.

Cosa significa per un marchio come Roy Roger’s essere un’icona che va oltre il tempo? Come si fa a rimanere fedeli a se stessi senza tradire i propri valori, innovandosi e rimanendo rilevanti nel mercato di riferimento?

È importante rimanere fedeli alle proprie origini e soprattutto ai propri valori. Siamo nati come capo da lavoro e negli anni ci siamo trasformati creando capi da tutti i giorni. Nella nostra storia lunga più di 70 anni abbiamo mantenuto inalterati i nostri valori come qualità dei materiali e della manifattura. Ancora oggi la maggior parte della nostra produzione è fatta in Italia, dai fornitori storici della mia famiglia. Inoltre lavoriamo per mantenere un rapporto qualità prezzo molto democratico.