FASHION

Clothing beyond time

Cappotto MSGM; orecchini Marni
Miucci mobile
Cappotto MSGM; orecchini Marni

La moda ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il tempo. Non si limita a scandire le stagioni, ma le attraversa, le conserva e talvolta le riattiva. È in questo dialogo continuo tra passato e presente che prende forma un meccanismo più lento e consapevole, in cui i capi diventano tracce, testimonianze, memoria. L’orologiaio dietro questo dispositivo temporale fatto d’abiti tuttavia non è la moda che insegue una produzione continua, ma una moda centenaria, che si potrebbe definire la “madre” di tutte le tendenze. Quella che oggi chiamiamo moda vintage, parente stretta del second hand.

Una parola, mille definizioni, ma una sola quella ufficiale che fa chiarezza sulla sua natura estetica e storica: “attributo che definisce il valore di un capo indossato e prodotto almeno vent’anni prima”. Se la moda, quella da sfilata, fresca di collezione è soggetta a una stagione che comincia e finisce in un periodo di massimo 6 mesi, la moda vintage non ha stagione, o meglio, ha raggiunto quel titolo di “senza tempo” proprio perché il tempo l’ha attraversato e in un certo senso l’ha saputo conquistare. Le sue origini risalgono al secondo dopoguerra, agli anni ‘60 quando prende forma un movimento giovanile figlio di un tempo razionalista, in controtendenza con il boom economico che stava indirettamente sovvenzionando il consumismo. Seppure il suo nome derivi dal francese ‘’vendage’’ (vendemmia), applicato a vini di alta qualità e poi esteso ai capi che acquisiscono valore nel tempo, Londra fa da scenografia a questa riscoperta dell’abito come culto estetico che diventerà un fenomeno sociale capace di modificare il volto geografico della città.

Nascono Portobello Road e Carnaby Street, il cuore pulsante di un movimento che recupera l’abito dal tempo, gli dà lustro senza incorniciarlo tra le luci dei grandi magazzini di Bond Street, ed è concorrenziale in termini qualitativi ed economici. Dopo aver vissuto il suo apice negli anni ‘60 e ‘70, nel 1980 e 1990 la moda ne capisce il potenziale e, in un approfondito lavoro interno, dà nuova vita agli archivi dei brand, stabilendo una connessione simbolica tra heritage e modernità, la seconda come evoluzione della prima. Ma è solo negli anni 2000 che il vintage diviene una realtà stabile, sdoganata, priva di qualsiasi pregiudizio classista, ma avvalorata da una ricerca e selezione che si impone come forma di collezionismo, anche grazie a quei valori etici che custodisce: dalla sostenibilità alla lotta agli eccessi del consumismo smodato.

Abbiamo chiesto ad Anita Ottaviano, founder dello store milanese Nomad Vintage Roots, come sia mutata la scena contemporanea di un mercato che sfida i grandi colossi del fashion. “Credo che la sfida risieda nella ricerca. La mia è molto legata al viaggio, ai luoghi di appartenenza dei capi che seleziono. Spazio dall’Italia al Nord Europa, e mi piace immergermi nella cultura locale, andando a scovare l’eccellenza del posto e scoprirne la manualità che vi è dietro, la quale a volte nasconde una storia di tradizioni tramandate, nuove generazioni appassionate e di un’imprenditoria locale che spesso è tutta al femminile”. Ma la selezione di un abito vintage, ci spiega Anita, non si basa solo sull’emozione che questo trasmette e sulla sua terra d’origine. Vi sono alcuni criteri che regolano la scelta: “L’unicità del capo, il tipo di tessuto, l’epoca di riferimento, e quello che ha rappresentato allora, sono le linee guida della mia selezione. L’unicità è data dalla storia che conserva. Ad esempio non ho saputo resistere dall’acquistare la giacca Belstaff Trialmaster degli anni ‘60, capo che ha fatto la storia se ricordiamo Steve McQueen indossarla in occasione dei suoi tour in moto e che ora rappresenta un oggetto del desiderio per appassionati e collezionisti”.

Parlando di storia, tempi passati e ricerca: “Il trentennio che va dal 1960 al 1990 è sicuramente un’epoca di grandi innovazioni, tra avanguardie e nascita di un senso estetico collettivo”. Collettività rappresenta una parola viva, attiva nel linguaggio delle ultime generazioni che vogliono sentirsi parte di un discorso unitario, che coniuga l’estetica all’impegno etico. E il vintage senza dubbio rappresenta un terreno fertile per entrambi. “Sicuramente le nuove generazioni rappresentano il pubblico principale per il vintage. Questo è dovuto a una maggiore attenzione alla questione ambientale, a un’educazione più accessibile. Credo che le nuove generazioni abbiano maggiori strumenti per comprendere che si inquina acquistando velocemente i capi, per distinguere la qualità dei materiali usati e per riconoscere il l’artigianalità”. Oggi le nuove generazioni inseguono diktat estetici, provenienti per la maggior parte dalle collezioni di Milano e Parigi, ma quanto questo si riflette nel vintage? “Lo si può notare dalla richiesta crescente di giacche Barbour, mini skirt dall’immaginario preppy in linea con le collezioni di Miu Miu, e tute 80s riproposte dall’ultimo Tom Ford. Direi che vi è sempre un dialogo attivo tra vintage e brand. Anche perché senza l’uno non vi è l’altro”. Da questo dialogo tra contemporaneo e storico nasce una nuova forma di vintage, che mira a tributare la storia del capo ponendolo in una sorta di “museo privato”, il cosiddetto archivio, un mausoleo dove i capi sono catalogati, classificati e organizzati secondo una logica propria del collezionista.

L’ultimo esempio di “archivio moda” è stato presentato da Alessia Pellarini che, dopo anni trascorsi da Fendi, ha inaugurato uno spazio in cui la sua collezione privata si presta a noleggio per editoriali, progetti e anche all’utilizzo privato per occasioni speciali. “The AP Archive vuole essere un archivio d’autore, costruito in anni di lavoro e passione, e che ora si apre a chiunque riconosca il valore dell’abito e del tempo” spiega Pellarini in un’intervista a Vogue Italia. Un progetto innovativo grazie alla formula di noleggio, non così comune in Italia, ma già ampiamente diffusa in America. “Ma l’archivio è uno spazio che è sempre esistito, la sola differenza è la possibilità di poterlo visitare e sopratutto di poterne usufruire” aggiunge la fondatrice di The AP Archive.

L’archivio diviene custode di una temporalità accessibile, di uno spazio dove l’abito non è cimelio museale ma rivive nella contemporaneità, adattandosi al tempo presente. Il vintage in fondo è il costume del tempo che rivive tra la teatralità dell’ieri e il futurismo del domani. L’unico modello estetico che non mette in gioco la produzione ma la pura creatività del riuso. Si prospetta così un domani fatto di abiti che si muovono, che mutano di corpo in corpo, che non hanno un’appartenenza bensì un’origine e una provenienza. Si chiama vintage perché ha un’età, una carta d’identità che si riscrive di volta in volta e che non si può confinare nelle ante di un armadio stantio.

Art Direction and Photographer: Antonio Miucci @antoniomiucci
Styling: Andres Henao @andresd_henao
Make up: Federica Russo @federicarussomakeup
Hair: Giuseppe Sestito @gs__hairstylist
Photographer assistant: Giulia Del Bello @giuliadelbello_
Styling assistant: Francesco di Tommaso @fracvs
Model: Ana Eva @anaeva.evstafeva at @prodigy.mgmt

Words: Luca Cioffi @ilmilanesedi_roma

Editor in Chief: Andrea Bettoni @_andreabettoni
Digital Director: Giulia Pacella @giupac79
Digital Content Director: Nicola Pantano @nicolapantano_