“Un paesaggio mutevole, il cui abitante rimane immutato”, disse nel 2019 lo storico inglese Antony Beevor quando spiegò come l’uomo vivesse in un era “scenografica”, dove lui stesso si sente attore e recitante di una storia già scritta. Alla domanda “chi è l’autore di questa opera?”, lui rispose volgendosi verso il grande schermo posizionato dietro di lui: “È la tecnologia, il digitale che si nasconde dietro le connessioni umane”. La realtà distopica delle connessioni umane, della digitalizzazione dell’Io e della crasi uomo-tecnologia, lo porta a rivalutare il suo spazio e quanto questo dica di lui. C’è chi parla di mirroring, chi altro di società bivalente, ma tutti si riferiscono all’epoca recente come un tempo dalla duplice identità.

L’ultima Milan Fashion Week dedicata alle collezioni FW 24 riporta all’attenzione del grande pubblico proprio questo tema, servendosi però non solo dello spazio, della scenografia, ma ancor di più dell’abito come “tessuto geo-sociale” da indossare. Dalle mura fluide fatte di pelle di Gucci all’uomo dormiente di JW Anderson, la scenografia non è solo cornice della collezione, ma è lei stessa a sfilare trasportando il pubblico sulle frequenze delle connessioni, tradotte in stampe e ricami, dell’interazione tra umanità e ambiente.

Gucci

Nasce così il desiderio di abitare lo spazio, che sia quello dell’Io nascosto dentro di sé o che sia quello esterno, colmo di immagini e simboli con i quali l’uomo convive da millenni. Il primo a narrare questo avvicinamento tra uomo e spazio è Gucci, con il debutto maschile del nuovo direttore creativo Sabato De Sarno, che porta in scena il secondo atto dell’ultima collezione womenswear. Definita come una collezione mirrored, perché i look presentati sono il riadattamento sul corpo maschile di quelli femminili, ripercorre la storia del brand e delle sue origini ed in quello spazio, tra giacche in pelle, completi sartoriali e micro loghi, riscopre la spontaneità dell’abito, ridotto alla sua forma originaria, spoglio di simbolismi, ma dal taglio spaziale. Ogni giacca, ogni maglia, perfino ogni borsa, occupa uno spazio preciso. L’interazione tra uomo e spazio passa per l’abito che diventa la camera silenziosa del corpo in movimento: “Non è una collezione nata per un uomo fisso, a me piace camminare”, dice a tal riguardo De Sarno.

Fendi, la nuova Peekaboo

E se il movimento è il prerequisito dello spazio, allora l’uniforme sartoriale quanto sportiva di Fendi è un invito ad agire. Fendi conduce il suo menswear ancora una volta nelle terre aride e paludose di verdi scuri e burgundy, le quali diventano il simbolo di una mascolinità senza eccessi. Cappotti lunghi, giacche in pelle, camice a più scomparse collocano l’uomo nello spazio immaginario di una campagna fuori città, ruvida come la lana degli shorts a quadri e scivolosa come il pellame trattato di long coat, borse ed accessori innovativi, come stereo portatili e pillow bag rigate: un altro suggerimento di Silvia Venturini Fendi, direttrice creativa dell’uomo del brand, a servirsi dell’abito e dei suoi accessori per viaggiare. Anche gli accessori del brand si servono del digitale, come la stereo bag, per completare l’identità multiculturale del neo viaggiatore.

Un viaggio spaziale, sopratutto ideale, quello del lavoratore moderno firmato Prada, che seduto davanti allo schermo di un computer immagina di trovarsi lontano, in uno spazio verde alle pendici dell’Io. Per Prada le connessioni sono il fondamento della società contemporanea e con la FW 24 man la connessione tra uomo e natura è più che evidente, grazie alla scenografia curata dallo studio OMA diretto da Hoolers. “The social enviroment”, dice Raf Simons, quando al termine dello show gli viene chiesto quale sia la spazio nel quale si muove la collezione, quando le sedute stanno per “sociale” e il verde della natura sottostante sta per “paesaggio”. La connessione è espressa da un accessorio solo: il berretto che compare in abbinamento a completi sartoriali e camicie. Il capo ha il ruolo di unione tra spazio e contesto. Anche quando quest’ultimo sembra controllare lo spazio, Prada mostra quanto le fondamenta della società siano naturali, prive di costruzioni, proprio come i look che si costruiscono su pochi ma necessari capi.

Al contrario di quanto dice Prada, il duo JordanLuca presenta una collezione dove non esistono contrasti perché “nel contrasto tutto è ordinario“. Un punk di ultima generazione che guida l’occhio del pubblico in un rave visivo dove la sartorialità delle giacche assume una forma distressed che si muove in contemporanea con l’estetica sovversiva degli anni ’80. Lo spazio questa volta è ridotto, ampolloso, fragile come i palloncini di Dominic Myatt che decorano la scenografia dello show. Una rinascita culturale in un periodo storico dove tutto è uniforme.

La stessa rinascita di cui parla JW Anderson che porta in scena una collezione cinematografica nata dall’incontro con Christiane Kubrick, moglie del celebre regista. L’uomo dormiente del designer inglese si appropria di uno spazio scuro, personale, conosciuto solo all’uomo stesso. Maglie lunghe stampate, pantaloni corti, giacche in maglia aperte e camicie sigillate, per JW Anderson nulla ha più valore del contrasto, ma solo se costruttivo e se utile al quadro in movimento che è la collezione.

Nessun contrasto per Zegna che chiude la fashion week con la sua Oasi. Uno spazio fatto di tessuto, terra e concretezza, sul quale il brand costruisce il suo messaggio di cura, usando proprio quei tessuti lanosi, a simboleggiare la connessione tra uomo e ambiente. Sostenibile non solo il messaggio per il futuro della Terra, ma anche la leggerezza dei look, realizzati per accompagnare senza prevaricare.

L’uomo nuovo della FW 24 diviene esso stesso lo spazio nel quale si muove. Assume la forma di ciò che lo contiene. E l’abito muta al suo mutare.